Presenza magnifica, Ozpetek meno

By Redazione

aprile 13, 2012 Cultura

Il cinema di Ferzan Ozpetek è un cinema di luoghi ricorrenti, visivi e tematici: questo tanto nel bene quanto nel male. Ozpetek è anche il regista simbolo, pure qui nel bene e nel male, di buona parte del cinema italiano degli ultimi venti anni. Amato da un certo tipo di pubblico e da una minoranza di addetti ai lavori, bersagliato, con più di buon motivo e con qualche esagerazione, da una buona fetta della critica, Ozpetek è infatti diventato l’emblema di quel cinema italiano “medio/finto alto” genialmente definito da Vincenzo Buccheri come “cinema neobaricco”: ambientazione e personaggi borghesi, perlopiù sullo sfondo della capitale, bello stile sostenuto da una fotografia calda e da una colonna sonora affabulatoria e continua, crisi personali e private, soprattutto nell’ambito dei rapporti di coppia, sentimentalismo spinto, insistenza un po’ compiaciuta ed esibita, tale da apparire talvolta ricattatoria, su disgrazie e tragedie varie e un’atmosfera vagamente radical chic per accontentare il pubblico di maggiore riferimento, oltre agli orizzonti autoreferenziali che spesso non si allontanano molto dall’ombelico. Nei prodotti dell’autore italo-turco, comunque più talentuoso e personale di buona parte degli altri registi “neobaricchi” di cui è considerato il capofila, spesso è capitato di vedere momenti di ottimo cinema seguiti da scene imbarazzanti, banali o irritanti nel loro moralismo ruffiano e nel patetismo insistito (basti vedereSaturno contro).

Dopo il suo film peggiore e più intellettualmente pornografico, “Un giorno perfetto”, Ozpetek ha deciso di approdare alla commedia con l’altalenante “Mine vaganti” e con l’ultima fatica “Magnifica presenza”, più compiuto ma ancora con alti e bassi. “Magnifica presenza” racconta del giovane aspirante attore omosessuale Pietro (Elio Germano, bravo come sempre), il quale si trasferisce in un vecchio elegante appartamento di Monteverde Vecchio dove entra in contatto con i membri della compagnia teatrale Apollonio, attiva durante il fascismo e misteriosamente scomparsa nel 1943: non si tratta di persone longeve, ma di fantasmi, vestiti alla moda di allora e imprigionati tra quelle mura, ignari della morte e del tempo trascorso. Il rapporto tra Pietro e gli inconsapevoli defunti sarà di reciproca crescita e presa di consapevolezza.

Il film, oltre a dimostrare una maggiore padronanza del ritmo da commedia rispetto a “Mine vaganti”, ha il merito di dare spazio alla vena fantastica e irreale che da sempre fa capolino nel suo cinema, e che in un ipotetico percorso futuro potrà diventare una più adeguata e interessante strada per descrivere le crisi e le contraddizioni dei personaggi, conferendo pure una maggiore valenza sociale e “politica” ai loro rovelli. I fantasmi sono figure ricorrenti nei suoi lavori, sia effettivi, sia proiezioni mentali (su tutti, “Cuore sacro”): qui diventano testimoni del tragico passato dell’occupazione nazista che ancora in qualche modo incombe, proprio come ne “La finestra di fronte”, a tutt’oggi l’opera più riuscita del regista: in entrambi i film, affrontando e risolvendo l’incombenza di questo drammatico passato, si possono combattere e migliorare le condizioni del presente. Questa lettura, metaforicamente, si può estendere dal privato dei personaggi alla situazione del paese in generale, come un invito a riflettere e rielaborare la nostra storia, attività in cui noi italiani non sempre brilliamo.

Questi spunti interessanti sono la parte migliore del film. Purtroppo Ferzan Ozpetek non ha il coraggio di abbandonare del tutto i luoghi tipici del suo cinema, e questo di per sé non è un male, se tra questi luoghi non ci fossero anche quelle caratteristiche che lo hanno fatto il campione del cinema italiano “neobaricco”, ad uso e consumo della colta borghesia radical-chic che è il suo pubblico di maggiore riferimento. Ritroviamo quindi, per esempio, anche la difficoltà a disegnare e misurare le scene e le figure più tragiche (si veda la caratterizzazione della vecchia diva, salvata solo dall’ottima interpretazione di Anna Proclemer), l’eccessiva insistenza sui momenti più sentimentali e la presenza di gratuite concessioni ai luoghi comuni del politicamente corretto: per fare un piccolo esempio, quando Pietro aggiorna gli amici fantasmi degli sviluppi del mondo nell’ultimo cinquantennio, la cinepresa indugia sul primo piano di una foto di Obama, senza che questo fosse richiesto da esigenze narrative o tematiche, e senza che la scena assuma un reale senso nell’economia dell’opera. 

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