Il compromesso della Fornero

By Redazione

aprile 11, 2012 politica

E alla fine compromesso fu. Habemus il “modello tedesco”. Banale dire che il compromesso raggiunto sia socialmente più auspicabile dell’eventuale conflitto sociale che sarebbe potuto generarsi. Ma il punto non è questo. Il punto è se, a condizioni date, una riforma migliore era comunque possibile, che significato politico ha questa riforma e quale sia il rendimento che sia lecito attendersi da questa, con particolare riguardo alla disciplina dei licenziamenti.

Vediamo nel dettaglio la proposta contenuta nel ddl, circa l’art. 18.

Nel caso di licenziamento disciplinare il Giudice dovrebbe condannare al reintegro ove accerti che la “insussistenza dei fatti contestati ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni della legge, dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili“. Diversamente, “nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro“, il Giudice può solo condannare al mero risarcimento del danno. In sintesi, si attribuisce al Giudice il potere di stabilire che una condotta, pur non presentando quei tratti che la legge e la contrattazione collettiva individuano come indispensabili per risolvere il rapporto di lavoro, potrà comunque dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”, pronunciando una mero diritto al risarcimento del danno. Non era forse meglio lasciare le cose come stavano e, piuttosto, incentivare la tipizzazione da parte della contrattazione collettiva, delle conseguenze derivanti dalle condotte disciplinarmente rilevanti?

Quanto ai licenziamenti economici, a prima lettura l’ambito demandato dal legislatore ai magistrati sembra ancora più ampio. Secondo il ddl presentato il Giudice dovrà condannare al reintegro ove sia comprovata la “manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustifico motivo oggettivo” mentre  “nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice” condannerà al mero risarcimento del danno. La zona grigia tra “manifesta insussistenza” e altre condizioni, comunque non concretizzanti il giustificato motivo, è davvero potenzialmente enorme. Il legislatore sta introducendo, consapevole o meno, un elemento di incertezza enorme sia per le imprese che per il lavoratori.

La sensazione è che sia mancata la chiarezza di una ispirazione politica. Da un lato viene solo parzialmente “scardinato” il principio della necessaria giustificatezza del licenziamento, ma dall’altro manca un’adeguata contropartita per i lavoratori.

La sensazione è che mentre una parte in campo (imprese) aveva ben chiaro l’obiettivo finale, l’altra aveva più a cuore la tutela di un simbolo, invece che l’efficienza positiva della riforma per la categoria che si vorrebbe rappresentare.

Il Governo è uscito dall’empasse politica, accontentando un po’ le imprese, un po’ il sindacato, i partiti e delegando il “nocciolo” del problema ad un potere dello Stato che ha il compito di applicare la legge e non di creare diritto.

Non era forse più logico incidere maggiormente, ma solo sui licenziamenti economici (e solo per i neoassunti), contemporaneamente tagliando di più i contratti atipici e garantendo, al contempo, assistenza economica al lavoratore sino alla sua riallocazione? La politica avrebbe assunto una scelta d’indirizzo chiara, socialmente equilibrata e lasciato ai Giudici il compito che gli è proprio: accertare quando una condotta è contraria a ciò che la legge prevede ed applicare la sanzione che la legge stabilisce. A ciascuno il suo.

(qdrmagazine)

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