Romanzo di una Diaz

By Redazione

aprile 10, 2012 Cultura

A sole due settimane di distanza l’uno dall’altro, escono nelle sale italiane due film nati con l’obiettivo di fare luce sulla nostra storia recente. Il 30 marzo scorso è approdato al cinema Romanzo di una strage, con cui il regista Marco Tullio Giordana rilegge l’attentato del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. Il 13 aprile uscirà invece Diaz di Daniele Vicari, crudo resoconto dei fatti del G8 di Genova nel luglio 2001 culminati con l’irruzione nell’omonima scuola e i tre giorni nella caserma di Bolzaneto. Film importanti, al di là dell’effettiva qualità o aderenza, per capire come il cinema italiano agli inizi di questi anni ’10 si torna a confrontare con le sue istanze civili: e per paragonare due modi molto diversi di fare cinema d’impegno in Italia.

Per prima cosa, la scelta dell’obiettivo e il lavoro sulle fonti. Giordana è un alfiere del film politico, dall’esordio nel 1980 conMaledetti vi ameròsui moti del ’68: in Romanzo di una strage, sceglie uno dei pochi eventi capitali della storia italiana recente a cui non era stato dedicato un film intero, e uno dei più misteriosi per le presunte implicazioni, lontano più di 40 anni. Per raccontarlo si appoggia – con gli sceneggiatori Rulli e Petraglia – a un libro, Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, edito da Ponte alle grazie, che riassume, raccoglie, a suo modo cataloga gli atti di indagini e processi intorno a quella bomba milanese, riesumando la teoria della cosiddetta “strage di stato”. Vicari invece, nonostante l’impegno militante e i suoi documentari, è al primo film espressamente politico e ha scelto invece uno degli eventi italiani, se non l’evento, più documentati di sempre, anche in virtù della sopraggiunta rivoluzione democratica nella tecnologia. E nel raccontare cosa successe dopo la morte di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, regista e sceneggiatrice (Laura Paolucci) si sono direttamente affidati agli atti processuali e alle sentenze della corte d’appello di Genova (5 marzo 2010 e 19 maggio 2010).

Già da qui si può riflettere: se Vicari ha l’ambizione di voler restituire la realtà così come si svolse – almeno stando alle deposizioni dei coinvolti -, Giordana pare da subito consapevole dell’inevitabile parzialità della sua ricostruzione. Riflessione confermata dalla scelta del titolo: Romanzo di una strage, non resoconto, fotografia, come a voler sottolineare l’importanza della narrazione nel dissipare il bandolo della verità. Che per Giordana esiste, come si legge anche dalla locandina, ma di cui pasolinianamente paiono mancare le prove. Eppure, l’autore dice ciò che sa e ciò che non sa suggerisce: ed è in questo che la struttura drammaturgica lo sostiene, nell’andamento lineare e cronologica che segue le vicende dalla bomba alle assoluzioni passando la morte di Pinelli, l’omicidio Calabresi, gli insabbiamenti. E sceglie proprio le due vittime illustri – l’anarchico e il commissario – come fuochi su cui costruire la sua ellissi, chiarissima e persino didascalica, eppure sfuggente quando deve rivelare chi e come sono morti i protagonisti.

Vicari invece ha l’ideologia più chiara: i fatti, le responsabilità, la verità sono chiari, e anche la magistratura è d’accordo, viste le 27 condanne d’appello nel processo Diaz e le 44 in quello per Bolzaneto. Ma anche lui si fa forte di una struttura drammaturgica precisa, di una narrazione forte: il pretesto di una bottiglia infranta, lanciata contro un’auto della polizia, presa come scusa dai piani alti della polizia per irrompere nella scuola senza permesso, diventa l’infrangersi dei punti di vista del racconto che si fa simultaneo e sincronico. E ilreverseche riunire più volte la bottiglia prima di rompersi, sembra simboleggiare la voglia di Vicari di riunire la verità in un’unica narrazione, labirintica come la città che le fa da sfondo, ma chiara, assoluta.

Di riflesso, anche lo stile delle due pellicole si fa complementare, per certi versi opposto: in Giordana, 62 anni, si sente il bisogno di rendere allo spettatore il respiro della storia, il suo trascorrere, quasi la sua monumentalità, fatta di pietre miliari e anche di qualche segreto non del tutto rivelato. E allora, il cinema fa spazio alle necessità informative, chiarificatrici, pedagogiche, per far conoscere piazza Fontana a un eventuale pubblico giovane e nel frattempo declinare il “romanzo” con un ritmo più calibrato, un tono emotivo più pacato, le interpretazioni più dimesse di Mastandrea o Favino, così come i colori della fotografia di Roberto Forza o dei costumi di Francesca Livia Sartori. Solo nelle sequenze delle morti di Pinelli e Calabresi, il cinema riprende il suo fattore evocativo, più per l’impossibilità di dire senza inventare che per forza creativa. A Vicari invece non interessa la linea della storia, anche perché dopo soli 10 anni dall’evento è una parola ancora fuori luogo, ma la cronaca, l’istante, il caleidoscopio contemporaneo: il film si dipana da un solo centro per mille rivoli, cambia i linguaggi, sfrutta formati e tecnologie differenti, aggredisce lo spettatore con la violenza delle immagini, volteggia nervoso (come il montaggio di Benni Atria e la fotografia di Gherardo Gossi) sul limite con l’esagerazione spettacolare e crea un’atmosfera densa e pesante come l’aria dopo un fumogeno. E la rappresentazione della realtà non può che passare dalla sua rielaborazione cinematografica.

Resta evidente, per entrambe le opere, la necessità di parlare al pubblico, di riscoprire la capacità di comunicare con lo spettatore nonostante – o proprio grazie – al suo rapporto con la realtà, l’attualità. Il target, per usare un termine da marketing che a chi scrive piace poco, è il cuore di colui che guarderà il film, ma è fin troppo chiaro che la strada per arrivarci: Romanzo di una strage usa la testa, la razionalità del suo stile, la linearità accidentata della sua narrazione, la ragionevolezza dei suoi toni che raramente si aprono all’indignazione, più spesso all’elegia; Diaz invece passa dalla pancia, dall’empatia fisica che crea col proprio pubblico, dallo sbigottimento iniziale che sfocia nell’impotente rabbia verso uno dei molti gorghi neri della democrazia. Marco Tullio Giordana vuole invitare alla riflessione, alla riscoperta, possibilmente alla comprensione; Daniele Vicari invece opta per il rigurgito, la recriminazione, la rivolta.

Se ci siano riusciti e con quali mezzi non sta a noi dirlo: pare evidente che l’unico giudizio che interessa i registi sia quello del pubblico, più che del critico, del politico, del giornalista. E’ forse è giusto: il cinema italiano ha bisogno di film e registi che parlino a qualcuno che non sia il proprio ombelico. E senza doversi arenare in racconti che con il mondo e la nazione non hanno nulla a che fare.

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