Democrazia e rimborsi: il modello Usa

By Redazione

aprile 10, 2012 Esteri

Dopo lo scandalo che ha travolto Umberto Bossi e la Lega Nord, in Italia è di nuovo scoppiato il dibattito sul finanziamento pubblico (o meglio: sul “rimborso elettorale”) ai partiti politici. Mentre solo i Radicali si oppongono all’uso dei soldi del contribuente, le altre forze politiche vogliono continuare a usufruirne. L’argomento principale? Senza fondi pubblici, solo “i ricchi” potrebbero fare politica e dunque non vi sarebbe più democrazia.

Negli Usa la democrazia è viva e vegeta. Ma non c’è alcun tipo di rimborso elettorale. Vediamo, però, quali sono i problemi oggetto di dibattito negli Stati Uniti proprio in questi giorni. Nessuno mette in discussione il sistema di finanziamento volontario ai politici e ai partiti. Semmai si discute sul “come” e sul “quanto”. Il “quanto” è stabilito per legge: massimo 1000 dollari per ogni donatore singolo, 5000 per ogni Comitato di Azione Politica (Pac). Ma qui entrano in scena i “bundlers”, coloro che fanno di più donazioni un fascio (bundle). Si tratta di veri e propri fundraiser che si adoperano per convogliare fondi ai loro candidati di riferimento. I bundlers di Barack Obama, per la campagna del 2012, sono finora 444, di cui 307 nuovi e 137 veterani delle elezioni del 2008. Quattro anni fa, sia Obama che McCain avevano promesso di rivelare l’identità dei bundlers da 50mila dollari in su. Il presidente uscente ha rinnovato la promessa per queste elezioni. Così sappiamo, grazie al sito Open Secrets, che un certo “Michael” ha raccolto per la rielezione del presidente democratico 3 milioni e 350mila dollari. Sappiamo anche che 95 bundlers della California hanno messo assieme 17 milioni e 800mila dollari. Obama non vuole lobbisti di professione nella sua campagna.

Nel campo repubblicano, al contrario, nessuno dei candidati vuole rivelare l’identità dei propri bundlers. A meno che non siano lobbisti di professione, la cui identità deve essere rivelata per legge. Sappiamo, dunque, che 22 lobbisti hanno raccolto per Romney quasi 3 milioni di dollari. Il quale, proprio in questa settimana, si è ulteriormente legato a due Pac repubblicani: “Restore our Future” e “American Crossroads”. Fa eccezione, in campo repubblicano, il solo Ron Paul, che non fa uso di bundlers, né di Pac, ma si affida esclusivamente a donazioni dirette.

Uno scenario di questo genere può far paura in Italia. Ma non c’è niente di male. Il fund raising a fini politici è assolutamente legale in America. Così come il lobbismo è una professione regolarmente riconosciuta e retribuita. Questo sistema non discrimina fra candidati ricchi o poveri. Rick Santorum, candidato “povero”, partito con un budget molto limitato, già entro la fine di febbraio aveva raccolto più di 15 milioni e mezzo di dollari. Un candidato “ricco” quale Newt Gingrich è finito in rosso perché ha speso troppo. Ron Paul è la dimostrazione che si può fare a meno sia dei bundlers che dei Pac: ha raccolto circa 33 milioni di dollari solo con donazioni individuali. In campo democratico, nelle primarie del 2008, Obama era il “povero” contro la “ricca” (e ben introdotta nel partito) Hillary Clinton. Chi ha vinto fra i due?

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