La riformicchia del lavoro

By Redazione

aprile 5, 2012 politica

Una volta Abramo Lincoln, per spiegare a un figlio di contadini cosa fosse la politica, gli chiese quante zampe avesse una mucca. Il bimbo rispose «Quattro». Lincoln lo incalzò oltre, chiedendogli quante la mucca ne avesse se chiamassimo zampa pure la coda. «Cinque» rispose il bimbo. «Eh no – lo redarguì Lincoln – non basta chiamare zampa una coda per farla diventare tale». Questo aneddoto c’è tornato in mente quando abbiamo sentito il presidente del consiglio Mario Monti definire “storica” la sua riforma del mercato del lavoro.

Quella illustrata ieri in conferenza stampa dal ministro Elsa Fornero e dal premier Monti è un mero riordino dell’esistente, per lo più positivo, ma non senza vari peccati di pensieri, opere e omissioni. Una riformetta. Se è vero che, a differenza del pacchetto Treu del 1997 e della legge Biagi del 2003, interviene su uno spazio più ampio, non lo fa per modificare strutturalmente i meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro. Si limita, nel suo auspicio (tutto da verificare alla prova dei fatti, come d’altronde ha ammesso il ministro), a far funzionare meglio quello che c’è.

Quando il governo Monti nacque, noi di qdR apprezzammo moltissimo il giudizio del neo premier sull’inadeguatezza del sistema normativo giuslavorista, inteso come uno dei maggiori ostacoli al rilancio della produttività e della crescita. Monti disse che s’incaricava di sostituirlo con un sistema non soltanto più efficiente in sé, ma soprattutto più funzionale all’obiettivo del rilancio economico complessivo. L’aggiustamento avanzato dalla riformetta, se soddisfa il criterio della maggiore efficienza in sé, non risponde alla funzionalità sistemica che pretendeva di soddisfare.

Quello che più sorprende è l’attenzione e l’enfasi rivolta dal governo al beneamato articolo 18. Tutti gli studi in possesso degli economisti dimostrano che non c’è alcun nesso strutturale tra i mancati investimenti esteri e il 18, come pure tra la crescita dimensionale delle aziende italiane e il 18. L’articolo 18 è da sempre un’arma di distrazione di massa che serva a fare propaganda: ieri Berlusconi e Cofferati, oggi Camusso e – ahi noi – Monti. Naturalmente il quarto potere italiano, fiancheggiatore e cassa di risonanza del teatrino della politica, corre dietro a questo spauracchio, come lo stolto che fissa il dito e ignora la luna.

Insomma, la riformetta è un colpo alle ragioni di eccezionalità che hanno giustificato la nascita stessa del governo Monti. L’esecutivo ne esce indebolito nella sua vision. I giovani italiani subiscono la riformetta con un prolungamento dell’apartheid tra tutelati e non tutelati. Anche per questo abbiamo trovato fuori contesto che il ministro Fornero abbia, in conferenza stampa, biasimato la proposta Ichino (senza mai nominare Ichino) perché non risolverebbe l’apartheid ma, lasciando il 18 com’è per i contratti a tempo indeterminato, ne aggiungerebbe un altro tra vecchi e giovani. Fuori contesto perché falso, completamente falso.

Adesso, lasciamoci pure alle spalle questa riformetta (che lascerà immutati i problemi del dualismo e della produttività stagnante nel nostro paese), e proviamo almeno ad aggredire i veri nodi dell’efficienza della PA, della spesa pubblica e della valutazione nella scuola e nell’università. O arriveranno presto riforme vere sul piatto della bilancia, o saranno dolori per il paese.

(QdrMagazine.it)

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