Tre urrah per Mitt

By Redazione

aprile 4, 2012 Esteri

Tripletta di Mitt Romney: ha vinto le elezioni primarie di Washington DC, nel Maryland e nel Wisconsin. E ha dato la birra, forse definitivamente, ai suoi rivali interni del Grand Old Party. Romney ha nelle sue mani, attualmente, 652 delegati, più della metà dei 1144 necessari per ottenere la nomination. Il suo avversario più potente, Rick Santorum, ha 269 delegati e ormai vede la nomination col telescopio. Ha ancora speranza di vincere nel suo stato, la Pennsylvania. Ma, ormai, matematicamente, gli servirebbe un miracolo.

Il fatto che i giochi, in casa repubblicana, siano praticamente chiusi, lo si deduce dalla campagna democratica. Obama ha iniziato il suo tiro di sbarramento contro Mitt Romney, lo sta sfidando sul suo terreno di gioco: l’economia. «Loro (i Repubblicani, ndr) continuano a dirci che dobbiamo convertire più investimenti nell’educazione, nella ricerca e nella sanità in tagli fiscali – ha detto Obama in tono di scherno – Ci stanno continuando a dire che dovremmo eliminare più regole e lasciare che i privati inquinino e trattino con impunità i lavoratori e i consumatori. Ci dicono che, quando i ricchi diverranno più ricchi e le aziende saranno più libere di massimizzare i loro profitti, con tutti i mezzi necessari, sarà un bene per l’America e che il loro successo si tradurrà automaticamente in più posti di lavoro e più prosperità per tutti». È chiaro che il presidente si stesse rivolgendo a Romney e al suo passato di “pescecane” di un fondo di investimento. Se si fosse rivolto a Santorum, avrebbe usato altri argomenti, contro il conservatorismo religioso. Romnay ha già risposto a Obama, nel suo discorso della vittoria a Milwaukee: «Le nuove aziende start-up sono al livello più basso degli ultimi 30 anni e il nostro debito pubblico ha battuto tutti i record storici. Quando guidi di notte e ti fermi a una pompa di benzina, guarda i prezzi e chiediti: “altri quattro anni?”». 

I sondaggi, per ora, rivelano che è molto più forte Obama di Romney. Un solo rilevamento, quello di Rasmussen dà in vantaggio il repubblicano. Di un solo punto. La media dei sondaggi nazionali, invece, dà in testa il presidente uscente democratico con 4,3 punti di stacco. È innegabile che questa lunga e non ancora conclusa stagione di primarie ha fiaccato Mitt Romney, aggredito “da destra” dal libertario Ron Paul (che lo accusa di essere uno statalista) e “da sinistra” dai conservatori Rick Santorum e Newt Gingrich (che lo considerano un pescecane negli affari). Le campagne dei candidati repubblicani sono state tanto violente e convincenti da mutare la geografia elettorale. Con poche e piccole eccezioni, come l’Alaska e l’Arizona, l’aspirante presidente della destra non è mai riuscito a conquistare la fiducia degli elettorati tradizionalmente repubblicani. Romney, anche ieri notte, ha vinto nei feudi democratici. Può essere un bene, perché in questo modo si può aggiudicare il voto degli indecisi e degli indipendenti, o anche dei Democratici delusi da Obama. Ma sarà, più probabilmente, un male per Grand Old Party, perché gli stati in cui è prevalso Romney nelle primarie, quando si tratterà di scegliere un presidente, quasi certamente opteranno ancora per Barack Obama. Mentre è prevedibile che nelle contee rurali conservatrici, si registrerà un astensionismo massiccio.

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