Monti e la stampa, finisce la pacchia

By Redazione

aprile 4, 2012 politica

Per il premier Mario Monti non è finita solo la “luna di miele” con l’opinione pubblica interna, come segnala il Financial Times nel secondo di due articoli consecutivi dedicati alle difficoltà dell’economia italiana e agli effetti nocivi della ricetta Monti; sta finendo anche la “luna di miele” con la grande stampa del mondo finanziario internazionale.

Nel breve volgere di pochi giorni, a causa del moltiplicarsi dei segnali che indicano l’abbattersi sul nostro Paese di una recessione più dura del previsto, mentre la stampa nostrana è occupata a linciare la Lega e a speculare sulla “Grande Coalizione”, la stampa business sta voltando le spalle a Monti e tornando ad avere uno sguardo più obiettivo sull’Italia. Dopo l’articolo del FT in cui si dava conto di un rapporto della Commissione Ue sul rischio che si riveli necessaria una manovra correttiva nei prossimi mesi, a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito, sintomatico è l’articolo di ieri del Wall Street Journal. Proprio il quotidiano che solo pochi giorni prima aveva paragonato Monti alla Thatcher, oggi scrive che l’Italia rappresenta una minaccia per l’economia, proprio come ai tempi dello screditato Berlusconi. E questo a causa delle misure dell’uomo che poche settimane fa veniva indicato dal settimanale Time come salvatore dell’Europa, con grande giubilo del nostro establishment pro-Monti.
«Le misure di austerity in Italia – scrive il Wall Street Journal – stanno bloccando l’attività economica nella terza principale economia dell’Eurozona, secondo quanto emerge dai dati economici e di bilancio più recenti, che dimostrano come queste misure siano controproducenti». «I dati suggeriscono – continua il quotidiano – che i recenti aumenti delle tasse stanno sì aiutando l’Italia a tagliare il suo deficit, ma anche che stanno spingendo l’attività economica a contrarsi ancora più rapidamente. Lo scenario – che sta emergendo ora in Italia, Grecia e Spagna – lascerebbe i Paesi problematici dell’eurozona con percentuali di debito pubblico ancora più alte nonostante i loro dolorosi sforzi per ridurlo». E quindi l’intera area dell’Eurozona resterebbe «vulnerabile ad ulteriori tensioni dei mercati e politiche».
Il problema delle politiche di austerity italiane, osserva il WSJ, è che «il grosso delle misure è costituito da aumenti di tasse – sui redditi dei lavoratori, ma anche sui consumi e sui patrimoni – che a giudizio di molti economisti hanno un maggiore effetto recessivo rispetto ai tagli alla spesa». Economisti tra cui figura il governatore della Bce Mario Draghi, che in una recente intervista proprio al WSJ distingueva tra un’austerità “buona”, in cui si mantengono le tasse basse e si taglia la spesa pubblica, e una “cattiva”, politicamente più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse senza tagliare la spesa corrente, ma deprimendo il potenziale di crescita.

Dunque, «quello che è successo in Grecia può accadere anche in Italia», e cioè «strette fiscali draconiane» che stanno comprimendo il Pil rischiano di allontanare anziché avvicinare gli obiettivi del pareggio di bilancio nel 2013 e di rientro dal debito, aprendo nuovi buchi che richiederebbero nuove manovre recessive, in una spirale dalla quale sarebbe difficile uscire. E gli aumenti di tasse previsti per quest’anno non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti recessivi, avverte il WSJ, ricordando le addizionali di marzo sui redditi, l’Imu a giugno e l’aumento dell’Iva a fine settembre.

Un altro motivo di preoccupazione è che a dispetto dei tour del premier nelle principali piazze finanziarie del pianeta (prima la City e Wall Street, poi il Nikkei e la Cina), per comunicare la svolta riformatrice in corso e rappresentare dunque la restaurata solidità dell’economia italiana, gli investitori stranieri – secondo il Financial Times, che cita a riguardo funzionari e analisti – «non   stanno tornando ad acquistare titoli italiani». Spinto in su anche dalla deludente asta spagnola e dalla Fed, che non avrebbe intenzione di iniettare altra liquidità nel sistema, lo spread ha nuovamente superato i 350 punti, con il rendimento dei BTp a 10 anni ben oltre il 5%. E se i rendimenti sui titoli di Stato tornano a salire, come sta accadendo in questi ultimi giorni, le banche italiane che hanno utilizzato i prestiti Bce per acquistare debito domestico vanno incontro a ulteriori perdite, che rischiano di aggravare il “credit crunch” in atto.

Il governo sarebbe consapevole che la sua “luna di miele” è «finita», scrive il FT citando un «alto funzionario» governativo, il quale spiega la situazione in questi termini: «Abbiamo avuto cento incredibili giorni di luna di miele; la gente era così felice di essersi liberata di Berlusconi e di vedere restaurata la fiducia nell’Italia. Ma quella fase è finita». Le stangate fiscali, esacerbate dall’aumento dei prezzi dei carburanti e della bolletta energetica, e dal pasticcio dell’Imu – da cui oggi scopriamo che sono incredibilmente esentate le fondazioni bancarie, ennesimo schiaffo ai contribuenti – stanno abbattendo il consenso interno, mentre l’annacquamento della riforma del lavoro rischia di ledere l’immagine internazionale del governo.

Fino ad ora ha goduto di un’apertura di credito basata soprattutto sul curriculum personale e la sobrietà del professor Monti, che nulla possono però di fronte ai dati nudi e crudi dell’economia italiana e degli effetti concreti, misurabili, delle sue politiche. L’unica riforma di un certo rilievo resta quella delle pensioni, per il resto solo tasse che hanno depresso l’economia, aggravando una recessione che rischia di compromettere gli impegni di risanamento. Dopo 3-4 mesi sta già venendo via il trucco; dopo l'”impressionante” salva-Italia, il flop sull’articolo 18 rischia di smascherare il Bluff-Italia.

Secondo il Financial Times, tuttavia, dalla sua visita in Asia il premier avrebbe dedotto che gli investitori temono più l’instabilità politica che riforme non proprio incisive, e questo avrebbe convinto Monti a cedere al compromesso sull’articolo 18, piuttosto che rischiare di spaccare il Pd e perdere la sua maggioranza. Ma così facendo Monti finirebbe esattamente laddove solo pochi giorni fa si era detto indisponibile ad arrivare, e cioè ad anteporre il «tirare a campare», e in ultima analisi il disegno tutto politico di una “Grande Coalizione” anche dopo le elezioni del 2013, all’agenda riformatrice che il suo governo è stato incaricato di attuare. Il vertice di ieri sera con il trio ABC sulla riforma del lavoro è solo un primo assaggio di cosa intendono concretamente i partiti italiani con “Grande Coalizione”: non un’eccezione per condividere i costi di scelte impopolari ma responsabili, ma una palude in cui annacquare tutto senza farsi del male a vicenda.

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