Ma quanto ci costa la giustizia?

By Redazione

aprile 3, 2012 politica

Su un punto i presunti paladini dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tra cui la Cgil che intanto lo difende presso tutte le  altre aziende in quanto non è obbligata a rispettarlo con i propri lavoratori, hanno ragione: non è questo che spaventa eventuali investitori dall’estero in Italia.
C’è qualcosa di molto peggio, e cioè la giustizia italiana. Penale o civile che sia. E soprattutto del lavoro. Lo spiega in un dossier l’associazione radicale “Il detenuto ignoto”, presieduta da Irene Testa. Un’azienda non può permettersi di restare anni sub iudice senza avere certezze sulla risoluzione di un rapporto di lavoro, anche per giusta causa e quindi al di fuori dei canoni di tutela dell’articolo 18. E invece il combinato disposto delle analisi di Confindustria, Confartigianato, Banca d’Italia e Banca mondiale illustrano che in media una causa di lavoro può durare anche sette anni. Secondo i dati della Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej) riferiti al 2008, l’Italia destina al funzionamento del sistema giustizia  circa lo 0,19% del Pil. Ma 6 milioni di processi civili costano all’Italia 96 miliardi di euro in termini di mancata ricchezza . Il centro Studi di Confindustria (2011) stima che smaltire questa enorme mole di pratiche frutterebbe alla nostra economia il 4,9% del Pil, ma basterebbe abbattere anche del 10% il tempo di risoluzione delle cause per guadagnare lo 0,8% del Pil l’anno. Secondo il rapporto Doing business 2012 della Banca mondiale, i difetti della nostra giustizia civile ci fanno perdere l’1% di Pil l’anno. In quanto a tempi ed efficacia nella risoluzione dei contratti civili, il nostro paese è posizionato al 158° posto su 183. Anche il penale non scherza: l’iceberg è rappresentato dai processi per ingiusta detenzione o per errore giudiziario, che sono oltre 2000 all’anno, per i quali nel corso del 2011 lo stato italiano ha riconosciuto risarcimenti stimati in  46 milioni di euro. Inoltre stiamo intasando la Corte europea dei diritti dell’uomo e questo non ci fa guadagnare in immagine. Per non parlare del rapporto tra giustizia e imprese: la giustizia lumaca costa circa 371 euro ad azienda e i ritardi costano alle imprese circa 2,3 miliardi di euro l’anno. Il costo medio sopportato dalle imprese italiane rappresenta circa il 30% del valore della controversia stessa, a fronte del 19% nella media Ocse. Se a questo aggiungiamo i ritardi ormai anche pluriennali dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione a privati che lavorano per suo conto, il quadro si fa tragicomico. In Italia la media per recuperare un credito è di 1210 giorni, contro i 515 della Spagna e i 394 della Germania. O i 300 degli Usa. Ma se uno sente le geremiadi dei magistrati, civili o penali che siano, che rifiutano lo scomodo ruolo di “imputati” in questo contesto il problema sarebbe sempre nelle mancate risorse assegnate dall’erario. Nulla di più inesatto: il nostro stato spende per la giustizia circa 70 euro per abitante a fronte dei 56 della Francia, dove la durata media di un processo civile è pari alla metà. La spesa pubblica complessiva per i tribunali e per le procure supera i 7,5 miliardi di euro l’anno ed è la seconda più alta in Europa, dopo quella della Germania. 
Nel 2009 uno studio di Confartigianato rilevava come di fatto avvenga un aumento dei fidi bancari del 27% laddove la giustizia civile funziona.  Mentre uno studio di Confindustria faceva un altro esempio: se nella provincia di Bari la giustizia civile avesse la medesima efficienza che in quella di Torino (-60% circa di durata dei procedimenti), la sua crescita economica nel periodo 2000-2007 sarebbe stata più elevata di 2,4 punti percentuali. Inoltre al Sud i tempi sono di circa il 20% più lunghi rispetto al Nord.
E solo nelle macroregioni più avanzate d’Italia, come ad esempio nel Nord Ovest, i tempi di definizione di un procedimento civile di primo grado – stimato in 306 giorni per il 2006 – potrebbero risultare in qualche modo competitivi con quelli di Francia e Spagna (250) o Germania (157). Anche i tempi di risoluzione delle controversie relative ai contratti commerciali, rispetto alla media europea, sono due volte maggiori rispetto a quelli Ocse e quasi quattro volte maggiore rispetto a quelli della Francia.
In questo casino, la giustizia penale e quella civile si intersecano tragicamente. Ad esempio nei costi per le prescrizioni. Inevitabili secondo Radicali Italiani se non si decide di fare un’amnistia che prima che alleviare le condizioni disumane per non dire bestiali dei detenuti dovrebbe servire per azzerare l’arretrato. Attualmente ci sono 500 casi al giorno di avvenuta prescrizione dei reati. 165 mila prescrizioni annue costano allo stato 84 milioni di euro. 165 mila è il risultato degli ultimi 5 anni. Il costo è stato calcolato sulla base della spesa media per lo stato per un processo, considerata pari a 521 euro. Illuminante lo scandalo di  Bologna: nel 2008 un’ispezione ordinaria disposta dal ministero della Giustizia, scoprì ben 3300 fascicoli di indagini chiusi a chiave in un armadietto e dimenticati. I reati contestati in quei procedimenti, tra cui furti e ricettazioni, reati ambientali e quant’altro sono oggi tutti caduti in prescrizione. Sempre sul versante penale, non è mai stato chiarito il mistero buffo del costo delle intercettazioni, ma si parla di cifre oltre i 200 milioni di euro l’anno. Last but not least, anche il costo delle trascrizioni di tutto questo materiale ha raggiunto la ragguardevole cifra di oltre 50 milioni di euro annui. Nel 2005 il solo costo per il servizio delle trascrizioni e fonici degli atti dei processi e delle udienze ammontava a 26 milioni di euro iva compresa.
Anche per divorziare in Italia occorre un minimo di 800 giorni solo per il primo grado. Il nostro paese, infine, è al secondo posto per sopravvenienza di nuovi procedimenti in primo grado (ben 2.842.668), superata soltanto dai 10.164.000 procedimenti della Russia, che però ha 150 milioni di abitanti. Tutti questi dati e altri ancora si possono trovare nel Rapporto che la Commissione europea per l’efficacia della giustizia (Cepej) ha presentato nel 2010, sull’analisi comparata effettuata sui dati 2008 dei sistemi giudiziari di 39 paesi aderenti al Consiglio d’Europa. Oggi le cose sono sicuramente peggiorate. E paradossalmente danno persino ragione a chi dice che, di fronte al caso giustizia, l’articolo 18 sia ormai un finto problema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *