Italia sull’orlo del baratro

By Redazione

aprile 3, 2012 politica

Più  tasse, più disoccupati. A picco le vendite delle auto Fiat in Italia. L’Imu, la famigerata gabella sulla casa, nessuno sa come pagarla. La crisi economica sta diventando una fabbrica di suicidi: operai senza lavoro ed imprenditori costretti a chiudere le loro aziende si tolgono la vita a getto continuo. Un quadro che definirlo tragico è eufemistico.

Sfogliamo i giornali al mattino e ci assale il terrore di vivere. Che cosa c’è dietro l’angolo, ci chiediamo smarriti e confusi? Davanti alle cifre spaventose rese note dall’Istat non possiamo fare finta di niente. Ma volendo fare qualcosa, che cosa possiamo fare? Nulla, naturalmente. E neppure affidarci fatalisticamente ad un destino che dovrà per forza (almeno così ci diciamo) migliore, può toglierci di dosso quel peso insopportabile dovuto all’impotenza.

Se il 10% circa dei nostri connazionali attivi è senza lavoro e di essi più del 40% sono giovani; se la maggior parte delle donne del Sud non ha un impiego; se tanti degli italiani disoccupati si rifiutano di svolgere attività che non ritengono consone al loro stato; se l’Italia non è più un Paese di emigrazione, ma è diventata terra di immigrazione con tutto ciò che comporta in termini di conflitti sociali e di “guerre tra i poveri; se l’industria più importante è sul punto di allontanarsi poiché, globalizzandosi dopo lo sbarco in America, realizza che restare nel Belpaese è demenziale a fronte dei risultati che ottiene; se i cittadini sono frastornati davanti al cumulo di imposte che devono pagare senza comprendere né il motivo, né in alcuni casi come pagarle; se le famiglie si impoveriscono al punto di dare fondo ai pochi risparmi accumulati per una vita dovendo sostenere figli disoccupati e a pagare irragionevoli tasse; se tutto questo colora lividamente il nostro presente ed annuncia un ben più funesto avvenire, che cosa c’è da fare?

Ecco. La vera tragedia è non avere una risposta a questo interrogativo. Possiamo soltanto rilevare che le responsabilità vanno equamente divise tra politici, imprenditori, forze sociali, analisti, opinionisti, senza trascurare chi irresponsabilmente (quasi tutti) si è dato ad una vita al di sopra delle sue possibilità immaginando che evadendo, trasgredendo, disobbedendo, nascondendo avrebbe potuto far fronte ai suoi problemi che sono poi i problemi di tutti.

L’Italia affonda perché è mancata negli ultimi decenni un’etica della responsabilità ed una cultura comunitaria. Ognuno si è fatto lupo nei confronti dell’altro. E la proclamata fine dello Stato, considerato come un mostruoso Leviatano, ha fatto il resto. Adesso è tardi per risalire la china. Faremo la fine della Grecia? E’ possibile. Consoliamoci perché siamo in buona compagnia. Spagna e Portogallo sono sull’orlo dell’abisso. Non stanno poi tanto bene neppure Austria e Paesi Bassi. La Francia non ride più e riderà ancora di meno dopo le presidenziali. L’Europa, con la Germania che la guarda dall’alto della sua arroganza, è al termine della notte, direbbe Céline. La media dei disoccupati in Europa è di oltre il 10%. L’esercito degli extracomunitari s’ingrossa giorno dopo giorno. Disperati indigeni e disperati d’importazione si fronteggiano: questa la fisionomia della convivenza nel Vecchio Continente.

Dopo aver sperimentato l’imperizia, l’ignavia, la debolezza dei politici l’Italia si è affidata ai tecnici. Non mi pare sia stato un buon affare anche se Monti, a dire la verità, ha sfoderato doti migliori dei cosiddetti politici di professione: se non ha altro ha rilanciato uno stile decisionista che da tempo soggiornava negli scantinati del Palazzo. Ma non è bastato. Non poteva bastare in assenza di una filosofia dell’azione coerente con una visione del mondo.

La fretta con la quale i Professori hanno ritenuto di poter risolvere i problemi italiani ha generato altri problemi, guarda un po’ non soltanto politici o sociali, ma addirittura tecnici… I cittadini che non sanno come devono pagare alcune gabelle suona come una condanna inappellabile per i Soloni che ritenevano di metter a posto i conti e rilanciare lo sviluppo. Finché c’è stato da tagliare i risultati si sono visti in poche settimane. Quando si è trattato di mettere mano alla crescita e creare un po’ di lavoro, il governo s’è impantanato nell’articolo 18. E questi sarebbero i salvatori della Patria?

Di questo passo aspettiamoci il peggio. Temo che il disagio economico si trasformerà presto in aperto conflitto sociale. Tutti contro tutti. Viviamo in uno strano clima di attesa. Come se una catastrofe imminente fosse alle porte. Ci auguriamo che non sia così, naturalmente. Ma come non accorgerci che il Paese sta franando sotto i nostri piedi e l’umore nerissimo della gente annuncia giorni che non vorremmo vedere?

(da Totalità.it)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *