Imprese italiane: ecatombe di Stato

By Redazione

aprile 2, 2012 politica

Strage, mattanza, ecatombe. Non ci sono termini, per quanto efferati, che possano essere considerati eccessivi nel definire il vero e proprio bagno di sangue delle piccole e medie imprese italiane nel 2011. Un “annus horribilis” tutto italiano, alle cui origini si sommano la crisi economica, una pressione fiscale alle stelle (la più alta degli ultimi 30 anni), i ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione alle imprese che hanno prestato servizio allo stato e la stretta del sistema bancario ai prestiti per le aziende.

Muoiono i piccoli imprenditori: dal 2009 ad oggi, secondo i dati pubblicati dalla Cgia Mestre, soltanto nel Veneto sono stati 50 i piccoli imprenditori che a causa della crisi si sono tolti la vita. Gli ultimi in ordine di tempo un artigiano di Noventa di Piave che ha deciso di togliersi la vita per mancanza di liquidità, ed un commerciante tarantino che l’ha fatta finita dopo essersi visto negare dalla banca un fido di appena 1.300 euro. Senza contare i drammatici tentativi di suicidio di Bologna e di Novara.

Muoiono anche le imprese. Soltanto nel 2011 sono state ben 11.615 le aziende hanno chiuso i battenti per fallimento.  «Un dato mai toccato in questi ultimi quattro anni di grave crisi economica», dice Giuseppe Bortolussi, segretaqrio Cgia. Un record negativo che ben rappresenta quanto siano in difficoltà le imprese italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni, nonostante queste continuino a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese.

Perché? «La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna – segnala dice Bortolussi – sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli a portare i libri in Tribunale». I contraccolpi sull’occupazione sono stati devastanti: è la stessa Cgia di Mestre a stimare la perdita di posti di lavoro seguita alla chiusura delle aziende in oltre 50mila unità. Ma, come sottolineano gli artigiani mestrini, il fallimento di un imprenditore non è solo un fattore economico. Il più delle volte viene vissuto anche come un fallimento personale, un senso di colpa per la responsabilità sentita nei confronti della propria famiglia e di quelle dei propri dipendenti. Ed è proprio questo senso di colpa che, in casi estremi, ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita. «Bisogna intervenire subito e dare una risposta emergenziale a questa situazione che rischia di esplodere» dice Bortolussi. «Per questo – prosegue – invitiamo il Governo ad istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità». Spesso, spiega la Cgia, questi micro imprenditori si trovano costretti a gesti estremi perché si vedono rifiutare dalle banche richieste molto modeste, che il più delle volte non superano i nemmeno i  5-6mila euro. «Si potrebbe affrontare con successo questa drammatica situazione anche solo con un plafond di qualche decina di milioni di euro».

Ma lo stato cerca solo il rigore. Quello altrui, ovviamente. Perseguita con ogni mezzo gli evasori, veri o presunti, ma si guarda bene dal restituire quei 90 miliardi che ancora deve alle Pmi.

 

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