La “follia di marzo” ipnotizza gli USA

By Redazione

marzo 31, 2012 Cultura

L’espressione dice tutto: March Madness, la pazza febbre di marzo che accompagna la fase conclusiva del campionato di basket universitario americano e raggiunge il suo apice tra fine mese ed inizio aprile, quando si disputano le Final Four per sancire la regina. Contagia gli Stati Uniti ogni anno, in concomitanza con il ritorno della primavera: l’appuntamento stavolta è a New Orleans e il calendario prevede per sabato le semifinali tra Louisville – Kentucky e Ohio State – Kansas, mentre lunedì 2 aprile c’è la finalona.

Di carne al fuoco non ne manca, soprattutto nel derby tra Louisville e Kentucky, alimentato dalla forte rivalità tra i rispettivi coach: da una parte Rick Pitino (all’undicesima stagione sulla panchina dei Cardinals), dall’altra John Calipari con i suoi Wildcats. I due non si sopportano, la querelle è palese. Pitino, per liquidare l’avversario, a ottobre ha sentenziato che a 59 anni ha appreso da tempo come ignorare i gelosi, i maliziosi, gli ignoranti e i paranoici: si stava riferendo a Calipari che aveva praticamente cancellato Lousiville dalla cartina geografica cestistica dello stato americano

Fa tutto parte di uno spettacolo unico nella sua specie. Perché se è vero che è appena ripreso il campionato professionistico di baseball, l’attenzione sportiva gravita su questi universitari che si giocano il futuro nel giro di 48 ore. Così mentre i commentatori scrivono che i quintetti che saranno schierati tra sabato e lunedì possono benissimo sostituire i New Jersey Nets, la franchigia della Nba più bistrattata degli ultimi tempi, gli animi si accendono e l’America si mobilita.

Si calcola che in media sono quasi quattro i miliardi che vanno persi tra salari e produttività durante la March Madness. Gli impiegati delle società trascorrono il tempo concentrati più sulle scommesse che sul lavoro oppure davanti al computer fingono di battere sui tasti ed invece stanno cercando qualche diretta streaming di un incontro. Si collegano ad internet per avere le ultime informazioni: per una volta non è colpa dei social network se l’attenzione crolla vertiginosamente.

Più le Final Four si avvicinano, più la domanda sorge spontanea: quanto interesse susciteranno? Il dubbio si ingrossa man mano che aumenta il numero delle squadre eliminate dall’ultima parte della stagione agonistica: che interesse avrebbero i loro fan a seguire con la stessa passione e lo stesso coinvolgimento le sorti delle rivali? Niente, la temperatura della febbre non cala, non ci sono antibiotici che tengano. Il concetto può essere difficile da interpretare da questa parte dell’oceano, ma lo sport collegiale negli USA è prima di tutto l’anticamera per quello professionistico, la vetrina dei futuri talenti delle diverse discipline, terreno di caccia di procuratori e sponsor. Ed è un mondo attorno al quale ruotano intere comunità, non solo i campus universitari: impianti pieni in ogni ordine di posto, eventi collaterali perché il prodotto tira e va pubblicizzato come si deve.

E tifosi che si spostano in massa. L’anno scorso Houston ha ospitato le Final Four e in 70mila sono arrivati nella città texana: con essi, i loro portafogli. C’è la crisi, l’economia non si riprende, il debito pubblico aumenta, Washington perde la tripla A per le agenzie di rating, ma gli analisti avevano calcolato spese pari a 100 milioni di dollari, diretti nelle tasche del business locale: una cifra molto vicina a quella generata dal Super Bowl (la finale di football) del 2004.

Nel 2010 l’ombelico del mondo a spicchi universitario era stata Indianapolis. Un economista della Ball State University, Michael Hicks, aveva fatto i conti: almeno 50mila visitatori, una spesa a testa di 215 dollari al giorno tra alloggio, cibo, bevande e trasporti, il tutto moltiplicato per le due notti trascorse a Indianapolis, più qualche extra ed ecco pronti 30 milioni di dollari, un toccasana per la città alla quale non capita di ospitare eventi simili, fatta eccezioni per le 500 miglia di IndyCar.

Impatto economico, ma anche culturale. Sono stati pubblicati diversi saggi sul rapporto tra lo sport universitario e l’American Way of Life. Il football, prima di tutti. L’esplosione in popolarità registrata tra la Prima e la Seconda guerra mondiale ha avuto come sponsor anche il generale Douglas MacArthur, l’eroe della guerra ai giapponesi nel Pacifico: patriottismo e giovani americani che si facevano le ossa su un campo da gioco. Gli accadimenti sociali poi sono entrati diretti nella vita delle facoltà, con le tensioni razziali degli Anni ’60 e in particolare in atenei sportivamente accreditati come LSU (Louisiana State University) e Alabama.

La NCAA(National Collegiate Athletic Association) ha i suoi personaggi che hanno lasciato il segno, fatto la storia nell’immaginario collettivo: era dai college che venivano selezionati gli atleti che avrebbero rappresentato gli Stati Uniti alle Olimpiadi contro i nemici sovietici sul parquet a colpi di canestri (poi nel 1992 sbarcò il Dream Team di professionisti) o sul ghiaccio a colpi di mazze da hockey. Mens sana in corpore sano: studia, fai sport e onora la tua nazione.

A gennaio ha salutato Joe Paterno, il deus ex machina per 45 anni della squadra di football di Penn State: se n’è andato il 22 gennaio, dopo aver da poco abbandonato l’incarico di coach travolto da uno scandalo pedofilia che coinvolgeva un suo ex assistente. Gli studenti, appresa la notizia delle dimissioni, presero di mira le troupe televisive, accusate di aver gettato fango su Paterno. Perché non si tratta di giocare solo una partita: c’è molto altro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *