Monti può perdere nel paese

By Redazione

marzo 30, 2012 politica

Secondo un sondaggio, il 67% degli italiani giudica abbastanza o molto negativamente il pacchetto sul lavoro. Questo numero ci dice due cose: che il governo Monti rischia di perdere la sfida del consenso non al tavolo delle trattative o in parlamento, ma nel paese; e che rischiano di perderla anche i riformisti che da anni parlano di riequilibrio delle tutele. Per invertire la china, occorre tenere presente che la sfida si gioca su tre fronti: la visione da offrire al paese, il metodo di governo e il merito delle scelte.

LA VISIONE DA OFFRIRE AL PAESE

Esistono due narrazioni delle difficoltà economiche del paese. Secondo alcuni, i nostri mali nascono dalla Crisi della finanza e dal fallimento del liberismo. Di conseguenza, servono più politiche industriali e più intervento pubblico. Secondo altri, la Crisi siamo noi: prima del 2008, l’Italia usciva da due decenni di stagnazione della produttività e degli investimenti. Per competere in uno scenario in cui i paesi emergenti sono legittimamente affamati di futuro, dobbiamo spostare in avanti la frontiera della conoscenza e dell’innovazione. La riforma del lavoro e l’estensione del welfare vanno inserite in questa cornice. Il loro compito è di permettere al lavoro di spostarsi più rapidamente da imprese e settori poco produttivi verso imprese e settori più produttivi. Ciò richiede un costo che non si può scaricare solo sulle spalle dei lavoratori, che devono essere aiutati con sostegno al reddito, riqualificazione e servizi per l’impiego al passo coi tempi. La filosofia d’intervento di Monti e Fornero è proprio questa: proteggere il lavoratore anziché il posto in azienda. Ma al momento non si è riusciti a farla passare nel paese, inserendola in una visione positiva del nostro futuro, in cui i giovani ritrovino finalmente la voglia di inseguire i propri sogni in un ambiente più dinamico. La politica (anche i governi tecnici la fanno) non può limitarsi a dire che il paese non è pronto, ma deve lavorare affinché lo diventi.

IL METODO DI GOVERNO

Così veniamo al secondo fronte. Bene ha fatto il governo a rottamare il tabù dell’accordo a ogni costo con gli interessi organizzati, che dava un diritto di veto a organizzazioni sempre meno rappresentative. La concertazione con le parti sociali funziona solo se la politica è forte, altrimenti finisce per difendere lo status quo distributivo. Ma, quando la concertazione non è più un tabù, il metodo di governo deve adattarsi. Per settimane, gli italiani si sono sforzati di interpretare la volontà governativa attraverso indiscrezioni giornalistiche. Il governo avrebbe dovuto presentare fin dall’inizio un suo libro bianco sulla riforma, aprendo una discussione pubblica e dialogando con le parti sociali sugli strumenti per attuare le proprie scelte. Così si fanno passare le riforme quando la sfida del consenso si gioca nel paese e non nel tavolo della concertazione. Alla fine, invece, il pacchetto lavoro, nella scelta delle priorità e di alcuni strumenti d’intervento, risente molto del clima di quel tavolo. Si è finito per accontentare questa o quella organizzazione con misure specifiche, senza strappare un accordo globale e vincolante.

IL MERITO DELLE SCELTE

Eccoci quindi al terzo fronte. Sicuramente, c’è molto di buono nella riforma Monti-Fornero, che rappresenta il primo tentativo organico di allineare i nostri strumenti di protezione del lavoro al resto d’Europa. Ma restano molti limiti, dettati dalle indecisioni di cui sopra. Limiti che difficilmente verranno superati in parlamento, visto che i correttivi di cui si discute renderebbero ancora più disorganico e gattopardesco l’impianto della riforma.

Sulla flessibilità in uscita, il limite maggiore (che il parlamento minaccia di aggravare) è che si rischia di aumentare l’incertezza affidandosi alla roulette russa delle decisioni dei giudici. Molto meglio sarebbe, come rilanciano  Leonardi e Pallini su qdR, affidarsi a una buonuscita economica automatica e graduata in base all’anzianità, cui il lavoratore più rinunciare se ritiene conveniente impugnare il licenziamento davanti a un giudice. La vacua retorica della “monetizzazione” dei diritti, purtroppo, blocca questa strada. Sugli ammortizzatori sociali, si fa un passo nella giusta direzione, riordinando gli strumenti e ampliando la platea dei beneficiari, ma l’estensione riguarda una fetta troppo esigua della nostra forza lavoro (gli apprendisti). Si dovrebbe estendere la protezione del reddito a tutti, co.co.pro. inclusi. Sulla flessibilità in entrata, infine, è giusto riequilibrare i costi contributivi tra lavoro flessibile e permanente. Ma l’esperienza spagnola degli ultimi dieci anni insegna che vincoli e inasprimenti previdenziali servono a poco. Le vie per superare il dualismo non passano da lì. Insomma: esiste lo spazio per una battaglia politica riformista che corregga i limiti del pacchetto restando fedele al suo impianto di fondo. Speriamo che qualcuno se ne faccia carico.

UNA POSTILLA POLITICA

Più in generale, su tutti i piani di cui sopra (visione del paese, metodo di governo e riforma del lavoro), nel centrosinistra, c’è un’opzione politica saldamente rappresentata: l’opzione laburista che ci parla di crisi del liberismo, politiche industriali, diritti e concertazione. Sarebbe una ricchezza per il Pd se questa opzione si potesse confrontare in maniera dialettica con una seconda, liberale e riformista, capace di parlare di competitività, capitale umano, valutazione del settore pubblico e nuove tutele. Una dialettica di questo tipo nel Pd non si è mai vista, nascosta dietro le linee unitarie dai contenuti eterogenei o dietro gli scontri tra gruppi dirigenti sganciati dai contenuti (per la serie: se Franceschini è riformista, Berlusconi è un liberale). Il problema è che al momento la seconda opzione più essere ricostruita a spizzichi e bocconi dalle dichiarazioni di intellettuali o singoli politici volenterosi. Ma non si vedono un progetto e una rete diffusa che cementino queste dichiarazioni in un’iniziativa politica reale. AAA cercasi leadership disperatamente.

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