Dalla Russia con amore, ma non troppo

By Redazione

marzo 30, 2012 Esteri

L’ex presidente americano Ronald Reagan amava raccontare un aneddoto sul suo primo incontro con Mikhail Gorbachev, avvenuto a Ginevra nel 1985: in quell’occasione, di fronte ad uno stallo delle discussioni sul controllo degli armamenti e sul progetto americano di costruire uno scudo antimissilistico, Reagan propose al suo omologo sovietico di uscire per una passeggiata. I due capi di stato si allontanarono dunque dallo stuolo dei propri assistenti, costeggiarono la piscina ed entrarono da soli in una dependance della villa che ospitava il summit. Là, smesse le panoplie da “cold warriors”, i due parlarono a cuore aperto del comune interesse e responsabilità per la pace nel mondo, gettando le basi di un dialogo e di una fiducia reciproca che sarebbero durati negli anni. Reagan raccontò più volte la storia del suo vis-à-vis con Gorbachev, aggiungendo man mano nuovi dettagli (i due uomini che accendono insieme il fuoco nel camino della stanza in cui si trovavano, i racconti delle semplici origini che li accumunavano, la conversazione sui rispettivi nipoti), e commuovendo il proprio uditorio con il mirabile simbolismo che emanava da quel momento.

Fu solo successivamente che qualcuno, evidenziando il fatto che Reagan non parlava il russo e Gorbachev non conosceva l’inglese, e che quindi non sarebbero stati in grado di comunicare senza il supporto dei rispettivi interpreti, mise in dubbio, se non la sostanza, almeno la ricostruzione dell’evento fornita dal presidente. Nonostante gli artifici retorici utilizzati dal “Grande Comunicatore” (che, pure, hanno contribuito a fare di lui uno dei presidenti più amati dal pubblico americano nel ventesimo secolo), l’aneddoto conserva comunque un notevole valore storico, mostrando come Reagan sia stato in grado di rivoluzionare il proprio atteggiamento nei confronti del leader di quello che egli stesso, appena due anni prima, aveva definito “l’impero del male”, cogliendo le volontà riformistiche di Gorbachev e sostenendolo nelle sue ambizioni di trasformazione dell’Unione Sovietica.

Il tema dello “scudo spaziale” americano, che costituiva un punto centrale del summit ginevrino, è ancora oggi tra gli elementi più spinosi delle relazioni russo-americane. Appena martedì scorso, a margine del summit di Seoul sulla sicurezza nucleare, in una conversazione con il presidente russo uscente Medvedev, Barack Obama ha affermato di voler attendere la sua riconferma in carica prima di aprire una nuova fase di consultazioni con il Cremlino su questo punto, in modo da poter godere di “maggiore flessibilità” in sede negoziale di quanta le necessità della campagna elettorale gli concedano al momento. La conversazione, che sarebbe dovuta rimanere a livello confidenziale, è stata invece intercettata dai microfoni presenti in sala, e diffusa in tutto il mondo dalle principali agenzie di stampa.

L’occasione fornita dalla gaffe di Obama è stata immediatamente colta dai candidati alle primarie del partito repubblicano. Il più rapido a gettarsi sulla preda è stato Mitt Romney, l’attuale favorito nella corsa al titolo di sfidante di Obama alle elezioni presidenziali del prossimo novembre; l’ex governatore del Massachussets ha affermato di trovare «allarmante» che il presidente americano voglia avere accordi con la Russia che non è disposto a condividere con il popolo americano prima delle elezioni. Un allarme giustificato dal fatto che, secondo lo stesso Romney, la Russia rappresenta «il nemico geopolitico numero uno» degli Stati Uniti, un paese che «sta sempre dalla parte dei peggiori attori del mondo».

Toni che riportano alla mente il reaganiano “impero del male”, dunque, e che non hanno ovviamente mancato di suscitare una dura risposta da parte russa: Medvedev stesso, prima di lasciare Seoul, ha dichiarato: «Sono sempre molto cauto quando sento un paese ricorrere ad espressioni come “nemico numero uno”. Mi riporta alla mente Hollywood, ed un certo periodo della storia».  Il presidente russo uscente ha inoltre consigliato a tutti i candidati alle presidenziali americane di «controllare l’orologio, di tanto in tanto: siamo nel 2012, non a metà degli anni ’70». Indubbiamente, l’esternazione di Romney è stata formulata secondo una logica di campagna elettorale, e non come unna dichiarazione d’intenti di politica estera; tuttavia, simili affermazioni non possono non riportare alla mente alcune fasi di criticità della storia recente, ed in particolare la ferma contrapposizione tra George W. Bush e Vladimir Putin che ha caratterizzato le relazioni tra Washington e Mosca per buona parte degli anni 2000.

Fin dal suo insediamento, Barack Obama si è prodigato per normalizzare, o, nella terminologia della Casa Bianca, «resettare» le relazioni con la Russia, che avevano toccato i minimi storici sul finire del mandato del suo predecessore. Questo cambio di rotta ha consentito ai due paesi di ottenere alcuni risultati significativi, tra i quali spicca la stipulazione del nuovo trattato Start, firmato a Praga nell’aprile 2010, tramite il quale i due paesi si sono impegnati a ridurre i propri arsenali nucleari. Nello stesso anno, la Russia ha inoltre acconsentito all’adozione di nuove sanzioni Onu contro l’Iran, il cui programma nucleare è considerato a Washington la più grave minaccia alla stabilità del Medio Oriente, e congelato la vendita di sistemi di difesa antiaerea a Teheran. Il reset nei rapporti russo-americani ha avuto come corollario anche lo sviluppo di un rapporto personale di cordialità tra i presidenti dei due paesi: nel giugno del 2010, quando Medvedev si trovava in visita ufficiale a Washington, gli attoniti clienti di un fast food della Virginia hanno avuto la sorpresa di trovarsi come vicini di tavolo i due capi di stato, che conversavano amabilmente mangiando hamburger e patatine.

Questo non significa che le relazioni bilaterali tra i due paesi godano di un clima di perfetta armonia. Rimangono infatti tra Mosca e Washington notevoli divergenze, che si sono manifestate in modo evidente negli ultimi mesi: il già citato progetto di scudo antimissile, finalizzato secondo gli Usa alla difesa dell’Europa da un potenziale attacco missilistico iraniano, ma che la Russia considera una minaccia al proprio deterrente strategico. La questione siriana, con il veto posto dal Cremlino su una risoluzione Onu che invocava le dimissioni del presidente Bashar Al-Assad. L’accento posto dagli Stati Uniti sulla questione del rispetto dei diritti umani in Russia, percepita a Mosca come un’intollerabile intrusione nei propri affari interni. Ciononostante, l’azione di Obama ha indubbiamente facilitato il raggiungimento di convergenze là dove queste si sono dimostrate possibili, senza esasperare in modo eccessivo le divisioni esistenti tra i due paesi e permettendo così l’apertura di spazi di dialogo anche sui temi più complessi.

Verosimilmente, il ritorno di Vladimir Putin al Cremlino non sarà accompagnato da un sostanziale peggioramento delle relazioni bilaterali. Risulta infatti difficile credere che i risultati ottenuti dal “reset” siano stati conseguiti senza l’avallo, se non l’appoggio, dell’attuale presidente-eletto, che nel corso del mandato presidenziale di Medvedev ha ricoperto il ruolo di primo ministro. Tuttavia, sarà necessario per gli Stati Uniti ricostruire le basi del dialogo intessuto negli ultimi tre anni, e stavolta con un interlocutore che ha mostrato in passato uno stile ben più assertivo rispetto a Medvedev. Con ogni probabilità, Putin adotterà nei confronti degli Stati Uniti lo stesso pragmatico realismo che ha mostrato nei suoi precedenti mandati presidenziali. Tuttavia, il sua atteggiamento dipenderà in maniera sostanziale da quello della sua controparte alla Casa Bianca.

La Russia non costituisce oggi per gli Stati Uniti un “nemico geopolitico”, ma un interlocutore necessario su alcuni dei punti più importanti dell’attuale agenda politica internazionale. I due paesi hanno un interesse comune nella prosecuzione della collaborazione in quegli ambiti in cui esistono margini di accordo, e nel mantenimento al minimo livello possibile delle tensioni che possono scaturire dalle numerose questioni che ancora li separano. Affinché questo possa avvenire, è però necessario che il prossimo presidente americano, chiunque esso sia, eviti quanto più possibile il ricorso a toni da guerra fredda. Le percezioni costituiscono un elemento fondamentale nelle relazioni internazionali, e se la Russia avrà, in futuro, motivo di ritenere che le azioni di Washington siano dettate da una malcelata ostilità, invece che da volontà di compromesso e collaborazione, gli spazi di convergenza si restringeranno notevolmente in ogni ambito delle relazioni bilaterali, operando così un “reset del reset” che non è nell’interesse di nessuno dei due paesi.

Durante la sua visita a Mosca nel 1988, un giornalista chiese a Reagan come potesse avere relazioni tanto amichevoli con il leader di quello che lui stesso aveva definito “impero del male”. L’allora presidente rispose, in modo lapidario: «I was talking about another time, another era». “Stavo parlando di altri tempi, di un’altra era”. Forse qualcuno dovrebbe dirlo a Romney.

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