Tutti i segreti del tiranno Bashar

By Redazione

marzo 28, 2012 Esteri

Bashar Al Assad pare non abbia più segreti da custodire. Dopo l’incursione nei server di posta elettronica personali violati nei giorni scorsi da alcuni hacker/oppositori del governo, la privacy del presidente ha subito un altro colpo basso con la pubblicazione di 1400 documenti riservati. I preziosi file attesterebbero l’attività d’intelligence svolta nel corso delle rivolte.

Non vi era dubbio che dietro le uccisioni sistematiche e le violenze quotidiane ci fosse un’organizzazione militaresca ben sortita. A dimostrarlo i numerosi file recapitati qualche giorno fa nella sede di Al Jazeera da un ex membro del governo siriano fuggito in Turchia. L’artefice della soffiata che potrebbe costare il posto al presidente è un certo Abdel Majid Barakat, elemento di spicco del governo siriano per il ruolo ricoperto. Ex responsabile delle informazioni dell’unità di crisi messa in piedi dal presidente nei mesi a cavallo delle violente repressioni, come dimostrano i documenti trafugati. All’ufficiale bahatista era affidato il compito quotidiano di organizzare i “briefing sulla sicurezza” in base a ciò che accadeva durante la giornata e valutare i danni all’immagine del presidente e della sua leadership inferti dalle continue rivolte.

Barakat, uomo di fiducia di Assad, da cuore pulsante delle decisioni del nucleo anti – crisi a voltagabbana. Che passi propri da qui la fine inesorabile di Assad? Non si può certo escludere. Nessuno per il momento parla apertamente di golpe. Prematuro discuterne, ma alla luce di questi ultimi episodi l’idea che la caduta del regime potrebbe verificarsi mediante un processo interno è sempre più concreta.

Le innumerevoli defezioni di membri di spicco del governo siriano rappresentano per certi versi un sintomo di fragilità e debolezza dell’attuale sistema politico. L’8 marzo scorso il viceministro del petrolio Abdo Hussameddine si è dimesso per passare all’opposizione. Prima di lui, 200 esponenti del partito Baath (il partito al potere in Siria) avevano optato per le dimissioni in massa come atto di protesta contro la violenta repressione delle proteste da parte del regime. Per non parlare delle numerose defezioni in seno all’esercito e la fuga di almeno quattro generali, due colonnelli, un tenente colonnello e tre alti ufficiali entro i confini turchi nel solo mese di marzo.

Ma questo è soltanto un chiaro sintomo di uno stato di salute precario, non di certo l’inizio di una rovinosa caduta. Senza dubbio, la pubblicazione del “malloppo” di documenti in lingua araba rischia di aprire una voragine in quello che fino a poco tempo veniva considerato un apparato di sicurezza a prova di “bomba”, plasmato dalle mani sapienti dei collaboratori di Assad.

Dalle pagine emerge un quadro preciso del ruolo e delle funzioni svolte dalla sicurezza siriana. Si scopre ad esempio la creazione di un organismo al quale spetta il compito di gestire la crisi (Crisis Management Cell) e fronteggiare con tutti i mezzi a disposizione le minacce alla sicurezza interna. Un insolito apparato, come lo ha definito Al Arabya, dove si prendono decisioni studiate a tavolino; dove è lampante l’intenzionalità del regime di soffocare nel sangue il dissenso. Affiora così l’immagine di un gerarchia di comando inusuale, dal basso, dove a prendere le decisioni non è Assad in persona, bensì un esiguo gruppo di individui cui spetta il ruolo di consiglieri fidati del presidente.

La testimonianza del disertore Barakat è preziosa e aiuta a comprendere il complesso impianto di controllo plasmato da Assad: “Ogni sera alla sette – racconta l’ex membro del governo – si svolge un incontro tra i capi militari e i capi dell’intelligence. Esaminiamo tutti i fatti della giornata e stabiliamo un piano. Scriviamo delle liste di ordini per il giorno seguente.  Il mattino dopo gli ordini arrivano direttamente sulla scrivania del presidente, che li firma dando il via libera alle operazioni”. Dietro le stragi di civili e i massacri quotidiani c’è sempre lui, Bashar Al Assad, anche se le decisioni più gravose spettano ai suoi fedelissimi che agiscono indisturbati dietro le quinte. È sorprendente notare come tra i fedelissimi, spuntano anche alcuni nomi di donne. Nei documenti si menziona una certa Hadeel Khali, alla quale spetta il compito di sostituire i membri del regime sui quali non si può fare affidamento e rimpiazzarli con altri di fede provata. Poi c’è Shahrazad Jaafari, che si occupa di pubbliche relazioni e si lamenta con il presidente del pessimo lavoro fatto da altre responsabili; poi c’è lei, la first lady Asma e suo padre, Fawaz Al Akhras, con ruoli “manageriali negli affari del presidente”. Non solo moglie e suocero, ma anche manager e mentori come dimostrano le centinaia di mail trafugate.

La famiglia siriana riflette in pieno l’aspetto di clan ramificato e ben consolidato. Ogni suo membro non ricopre solo ruoli parentali e marginali, bensì anche manageriali e dirigenziali di alto livello. Un esempio su tutti? Il cugino di Bashar, Rami Makhlouf, figlio del fratello della matriarca Anisa, Mohammed. Noto uomo d’affari, ha interessi diversificati in compagnie telefoniche, banche, canali tv, linee aree, imprese di edilizia, società di import-export e altre attività. Soprattutto, si ritiene che abbia l’ultima parola su ogni iniziativa di natura economica di un certo peso che passi per la Siria. Lo stesso si può dire del fratello minore di Rami, Hafez Mahlouf nominato capo per la zona di Damasco dei servizi segreti civili e si ritiene che in questi ultimi mesi abbia collaborato fianco a fianco con suo cugino Maher Assad nella repressione delle proteste. Nonostante gli scricchiolii interni, le continue faide tra disertori (a maggioranza sunnita) e forze lealiste, che farebbero pensare ad una non troppo lontana implosione del regime, in realtà è chiaro come l’intento di rovesciare Assad richieda ancora sforzi immani. Non bastano i deboli contraccolpi inferti dalla diplomazia internazionale, nè le continue prese di posizione e le strategie internazionali per isolare Assad. 

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