Bisogna dire basta alla concertazione

By Redazione

marzo 28, 2012 politica

Come uscire dalla crisi? Più concertazione, più tavoli, più vincoli, oppure più imprenditorialità, più spazio alle capacità individuali, più società civile? Abbiamo certamente bisogno di aggiornare i nostri modelli decisionali, così come le politiche economiche e del lavoro in risposta alla crisi devono sforzarsi di superare le tradizionali forme di sostegno delle imprese e protezione del lavoro. Imporre alle aziende di non ristrutturare, costringendole a subire i costi della competizione globale, non significa difendere il lavoro. Vuol dire costringere il lavoro ad una lenta agonia verso la crescente disoccupazione. Occorre viceversa premiare socialmente e economicamente chi fa impresa, perché solo un’impresa ben funzionante può promuovere lavoro in modo stabile e competitivo nel medio/lungo periodo.

È necessario socializzare i costi dell’occupabilità e della mobilità, non scaricarli sull’impresa, o peggio ancora scaricare sulla collettività i costi di un’impresa che non ha prospettive di crescita e sviluppo. Sappiamo che il mercato, se indotto a funzionare secondo le regole competitive della concorrenza, è in grado di rispondere a un principio di giustizia allocativa, riesce cioè a destinare in maniera efficiente le risorse per la produzione. Alle forme di tutela del lavoro spetta invece, in una logica rispondente a criteri di giustizia redistributiva, assicurare che ciascun lavoratore possa spendere efficacemente e con equità le sue capacità e le sue competenze. Tanto il mercato deve funzionare bene e in maniera efficiente, tanto il lavoro deve essere occupato senza disparità e secondo le caratteristiche che gli sono peculiari. Il mercato è una dei meccanismi fondamentali di funzionamento delle società complesse di oggi. Possiamo temperarne gli esiti, ma non possiamo immaginare che nella società contemporanea un mondo senza mercato sia possibile.

Invocare la concertazione, e farlo in una prospettiva punitiva nei confronti dell’impresa e del mercato, equivale a ragionare a senso unico. È proprio qui, invece, che dovrebbe trovare spazio la politica. Una politica capace di superare coraggiosamente le secche del consociativismo, di riportare la discussione nei luoghi della rappresentanza, di esporre sotto la luce dei riflettori la responsabilità dei diversi partiti di fronte alle scelte, in rapporto al valore di quelle stesse scelte come policy, e non come riflesso condizionato di credenze e riferimenti valoriali lontani dalla vita quotidiana e sfuocati nel tempo. Si tratta di quella centralità del Parlamento che lo stesso Monti difende, quando sostiene che ascoltare le parti sociali non è in contrasto con un’assunzione di responsabilità da parte del governo di fronte alla Camera e al Senato. Mai come oggi, dai tempi di Tangentopoli, il Parlamento è stato chiamato a recuperare il senso del proprio ruolo, e non può certo essere il Pd, con Bersani, a rinnegare questo ruolo, in nome di un vecchio legame corporativo con il mondo del sindacato.

Il modo in cui il PD sta elaborando la crisi e discutendo della riforma del lavoro è certamente il prodotto di una scelta: si è deciso di ideologizzare lo scontro, pensando di avere gioco facile, in prospettiva, con l’elettorato. E così si è arrivati a dire che si darà battaglia in Parlamento, che sono in discussione diritti fondamentali, valori di civiltà. Ma se così fosse non ci sarebbe storia. Se iscriviamo le questioni del lavoro nel campo della non negoziabilità, non avremo scelta possibile se non quella dell’Aventino. Ma poi non si può più assumere l’atteggiamento pragmatico di chi vuole fare le riforme, dicendo che in Parlamento si rappresenteranno esigenze diverse in modo costruttivo, perché non si è più credibili nel farlo. Il Pd oggi è in mezzo ad un guado, come fu per il Pci con il referendum sulla scala mobile del 1985. Speriamo che la storia insegni qualcosa.

(Qdr)

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