Lavoro: governo in bilico

By Redazione

marzo 26, 2012 politica

Nei prossimi mesi si ballerà parecchio. I primi passi si sono visti ieri. Alla direzione del Pd, da cui arrivava un sostegno unanime alla linea di Pierluigi Bersani sulla necessità di modificare in Parlamento la riforma sull’articolo 18, il premier Mario Monti ha indirettamente risposto da Seul, minacciando di lasciare prima del 2013: «Se il paese attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro non chiederemmo di continuare solamente per arrivare a una certa data». Il professore rifiuta il «concetto stesso di crisi» e avverte che non gli interessa «tirare a campare». «Siamo d’accordo con lui – ha commentato Angelino Alfano dalla conferenza nazionale del Pdl sul lavoro – o facciamo una buona riforma o niente riforma», meglio aspettare un anno, e «se alle politiche vincerà la sinistra farà la sua riforma dettata dalla Cgil. Se, come penso, vinceremo noi faremo la nostra riforma proseguendo il cammino delle idee di Marco Biagi».

In un colloquio con “la Repubblica” il ministro Elsa Fornero ha concesso che «modifiche se ne possono fare», avvertendo però che il governo «non accetterà» che la riforma «venga snaturata, o ridotta in polpette». Punto irrinunciabile è il no al reintegro nei licenziamenti per motivi economici. E «guai» se la scelta del ddl venisse letta come un «cedimento». «Le leggi le fa il Parlamento e non il governo. Credo che Fornero si debba rassegnare a quelle che saranno le scelte del Parlamento», le ha risposto Stefano Fassina dai microfoni di Canale5. In effetti, sul punto specifico non si può dar torto al responsabile economico del Pd. Il fatto è che scegliendo lo strumento del ddl e non del decreto come veicolo della riforma, il governo ha di fatto passato la palla al Parlamento. Ha rinviato la prova di forza, ma se non ha dimostrato oggi di avere i muscoli per imporre una soluzione più rapida e più blindata, difficilmente li troverà a fine luglio, quando ci sarà da riportare al suo disegno originario la riforma, nel frattempo sfigurata dall’iter parlamentare.

D’altro canto, dall’approvazione fulminea del decreto salva-Italia l’azione del governo sembra aver perso via via incisività e agilità. Rispetto alla riforma delle pensioni e al notevole aumento dell’imposizione fiscale decisi a dicembre, il dl liberalizzazioni è uscito da Palazzo Chigi meno rivoluzionario del previsto, persino contraddittorio in alcuni punti, e ha vissuto un iter parlamentare travagliato e non privo di arretramenti e rinvii. Così anche altri provvedimenti. Ora, rinunciando al decreto, una delle due riforme (dopo quella delle pensioni) più attese dai mercati la rimette nelle mani dei partiti, insieme alla sua stessa credibilità. Il risultato è che delle riforme per la crescita su cui l’Italia si è impegnata con l’Ue e agli occhi dei mercati, che nel frattempo stanno manifestando segni di insofferenza, dopo 6 mesi solo una è realtà: quella delle pensioni. Le liberalizzazioni sono all’acqua di rose, o in attesa di attuazione (come la separazione Snam-Eni e i servizi pubblici locali), e la riforma del lavoro naviga ancora nell’incertezza, così come la stessa sopravvivenza del governo.

Monti e Napolitano devono aver pensato che un’accelerazione proprio alla vigilia delle elezioni amministrative avrebbe potuto esasperare le tensioni nel Pd, mettendo a rischio la tenuta del governo, mentre all’indomani del voto – che dovrebbe sorridere ai Democratici – sarebbe stato più facile ricondurre il partito di Bersani a più miti consigli e far digerire la “manutenzione” dell’articolo 18. Ma è un grosso rischio. Un successo, infatti, coniugato al calo dello spread, potrebbe anche persuadere il Pd che sia giunta l’ora di far scattare il piano di liquidazione del governo Monti-Napolitano, di cui ha parlato Sechi sul Tempo, e di andarsi a giocare l’intera posta stoppando sul nascere il progetto tecno-centrista.

Nei giorni scorsi, tra l’altro, si è appreso che dietro la scelta di affidarsi ad un ddl e non ad un decreto, come il governo Monti aveva fatto fino ad oggi con le altre sue riforme, non c’è solo la difficoltà del Pd e la moral suasion del presidente della Repubblica. Per la prima volta si sono intraviste delle pericolose crepe all’interno della compagine di governo, con ministri apertamente contrari non solo al tipo di soluzione legislativa, ma anche nel merito di una riforma espressamente parte del programma di governo.

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