Bisognava sconfiggere la precarietà

By Redazione

marzo 26, 2012 politica

“Se l’obiettivo era cancellare la precarietà e favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, non ci siamo”. Così i giovani della Cgil sulla riforma targata Elsa Fornero. “In generale, non fa abbastanza” dice Luca De Zolt, del Coordinamento politiche giovanili della Cgil. “Manca quello spirito di Grande Riforma che abolisce la precarietà, così come invece era stato detto sarebbe stata”. Ma quella di De Zolt non è una bocciatura tout-court:  “La riforma contiene alcuni piccoli avanzamenti che rappresentano un’inversione di tendenza, seppur lieve, rispetto al passato”. Per la prima volta, spiega, si comincia a ragionare di flessibilità e precarietà “in termini non celebrativi, e non come soluzione di ogni male, ma si individuano quelle forme palesemente dannose che danno luogo ad abusi”. In primis, sottolinea il giovane coordinatore Cgil, l’abolizione dell’associazione in partecipazione. Ovvero: il contratto in forza del quale molte grandi catene di franchising inquadravano in qualità di pseudo-soci quelli che erano in realtà veri e propri lavoratori subordinati. Facendo così venire a mancare una lunga serie di tutele contrattuali. “Con la Filcam (sigla Cgil che raccoglie i lavoratori di commercio, turismo es servizi, NdR) e il Nidil (il sindacato dei lavoratori atipici, NdR) abbiamo condotto una campagna molto importante contro l’associazione in partecipazione. Non c’era informazione, non se ne parlava: c’era una sorta di “zona grigia” sul tema. Il fatto che dal governo sia arrivata una grossa stretta è certamente un risultato”.

C’è altro che si possa salvare?
“Ci sono buoni presupposti sul desiderio di dare una stretta alle ragioni dell’attuazione delle collaborazione a progetto,  così come sugli stages post-formazione. È ancora presto per una valutazione di merito, mancando ancora un testo con cui confrontarsi. Sugli stage in particolare bisognerà vedere se il Governo terrà la ‘barra dritta’ in conferenza Stato-Regioni, come ha promesso la Fornero”.

Di cosa avrebbero bisogno per davvero i giovani che si affacciano al mondo del lavoro?
“Sicuramente dell’estensione reale degli ammortizzatori sociali. Proprio qui c’è un grossissimo vulnus di cattiva informazione: quando si dice che l’Aspi  (l’Assicurazione sociale per l’impiego, che sostituisce mobilità, indennità di disoccupazione e cassa integrazione in deroga, NdR) e la mini-Aspi ricomprendono tutte le tipologie di lavoratori, si dice una falsità. Restano fuori infatti i collaboratori a progetto, ma anche le partite Iva monocommittenti o con committenze prevalenti.  In sostanza, la bozza si limita ad uniformare gli istituti preesistenti, ma non si allarga la base dei beneficiari. Noi crediamo invece che proprio nei primi anni di lavoro ci sarebbe bisogno di poter accedere agli ammortizzatori sociali con più facilità”.

Ora la palla passa alle camere. Un modo per poter lavorare ancora sui punti critici della riforma, oppure un rischio di non riuscire più a portarla a casa?
“Più che altro ci piacerebbe capire perché il governo non ha voluto raggiungere un accordo con le parti. È un modus operandi piuttosto singolare: si è parlato tanto di urgenza, della volontà di tenere dentro tutti, e poi è arrivato lo strappo proprio quando le possibilità di raggiungere accordo c’erano tutte. Il disegno di legge è un iter molto lungo, e vigileremo sul lavoro che verrà fatto. Ma se si fosse fatto l’accordo, e, ripeto, era possibile farlo, oggi staremmo parlando della riforma in termini diversi, anche rispetto a chi lamenta la lunghezza dei tempi e l’incertezza del risultato”.

Meglio un decreto legge?
“Beh, se si fosse fatto il decreto si sarebbe già dato luogo ad alcuni elementi di forte rottura, come la nuova formulazione dell’articolo 18. Almeno così c’è la possibilità di discutere ancora”. 

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