L’Orlando furioso

By Redazione

marzo 25, 2012 politica

Per André Breton l’ultima cosa di cui preoccuparsi nella vita è essere coerenti con se stessi. Seguace di questa massima è il neocandidato a sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Com’è noto il poeta Breton teorizzò il surrealismo, Orlando la cosiddetta “primavera palermitana”. Il surrealismo vide la luce, la primavera a Palermo rimase una suggestiva teoria. 

Più che furioso sembra essere un Orlando meteoropatico. In fondo capita a molti e non gliene si può fare una colpa, giammai. Qualche giorno fa ai maliziosi giornalisti (che, sia detto, rivolgevano le domande soltanto ad Orlando con una candidata, la Borsellino, silente astante) l’Orlando meteoropatico rispondeva: “Non sono candidato, come ve lo debbo dire in aramaico?”. E infatti Orlando ha scelto l’italiano doc: “Mi candido a sindaco”, più chiaro di così? Qualcuno dirà: ma non c’erano state le primarie? Ebbene sì, quel grande esperimento di democrazia partecipata è diventato, parola di Orlando, “primarie truffa”, “primarie dopate”. Ma i brogli si sono sbrogliati, i garanti del PD hanno convalidato l’esito della procedura elettorale, annullando i voti dello Zen. Insomma, al netto delle irregolarità avvenute, ha vinto Ferrandelli. Non importa, ad Orlando non importa, lui ha deciso che corre ugualmente. E del suo ex pupillo Ferrandelli che ne è stato? “Candidato abusivo finito nelle mani dei compari di Lombardo”. E di Sel, che per prima aveva indicato come candidata la Borsellino e che ora ha appoggia il candidato del PD?  “Prendo atto che ha scelto diversamente”. E del PD che cosa dice? “Nella foto di Vasto non c’era un Presidente di Regione indagato per mafia”(per il reato di concorso esterno a carico di Lombardo la procura di Catania ha chiesto l’archiviazione, imprecisioni orlandiane…). Insomma l’Orlando meteoropatico s’è accorto solo ora che il PD alla Regione tiene in piedi il governo del ribaltone, ne prendiamo atto.

Ad ogni modo Orlando è simpatico assai perché con lui non ci annoia mai. Fu tra i primi a colpire sotto la cintura Giovanni Falcone salvo poi diventarne commemorante apologeta post mortem. Nella puntata di Samarcanda del 24 maggio 1990 l’allora sindaco democristiano di Palermo, esponente della corrente andreottiana, lanciò contro il magistrato palermitano l’infamante accusa di avere prove su delitti eccellenti della mafia e tenerle chiuse nei cassetti, anzi in otto scatole chiuse in un armadio, per azionarle poi ad orologeria. In sostanza Falcone era accusato di connivenze pericolose solo perché aveva fiutato le calunnie del pentito Pellegriti ai danni di Salvo Lima e Giulio Andreotti. A Falcone non fu risparmiata neppure l’onta dell’inchiesta del Csm: l’11 settembre del ’91 gli toccò discolparsi davanti all’organo di autogoverno della magistratura in seguito ad un esposto di Orlando. Che dire poi del fallitoattentato dell’Addaura, quando il gruppo di Orlando sostenne pubblicamente che si trattava in realtà di un’abile operazione orchestrata dallo stesso Falcone per farsi un po’ di pubblicità piazzando cinquantotto candelotti di tritolo in mezzo agli scogli vicino alla sua casa al mare? Forse più di tanti discorsi bastano le parole di Sciascia che vedeva in Orlando l’emblema del “professionismo dell’antimafia”: il sindaco intoccabile che per dedicarsi alla “primavera” trascurava i suoi doveri d’ufficio consapevole che mai nessuno avrebbe osato contestargli alcunché. Era pur sempre Orlando, l’Orlando meteoropatico. 

 

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