Unioni legittime e non

By Redazione

marzo 24, 2012 politica

Se oggi qualcuno si azzardasse a definire “illegittimo” il legame tra un uomo ed una donna privo del bollo dello Stato Civile e, magari, della benedizione della Chiesa, sarebbe tacciato di vergognoso perbenismo, residuato archeologico di una morale ipocrita e repressiva. Nessuno usa più, giustamente, il termine “figlio illegittimo” e tanto meno quello di “figlio della colpa”.

Pensavo a questo, cioè al passato, ad un mondo alquanto diverso da quello in cui viviamo, sentendo giorni fa, per una frase usata, in una discussione televisiva sulla questione, improvvisamente riaccesa da una delibera europea nonché da una pronunzia della Cassazione del nostro Paese (sul contenuto della quale vorrei fare molto riserve, giacché sembra che i giornali stiano sempre in gara per conquistarsi il primato delle più marcate distorsioni della portata delle sentenze del Supremo Collegio) del matrimonio tra omosessuali.

“Gli omosessuali vogliono la legittimazione delle loro unioni”. Benissimo. Se dobbiamo prendere per buona quell’espressione, che appare così accattivante ed ovvia, dovremmo dedurne che, i rapporti sessuali tra gli omosessuali siano nella società dei nostri giorni, nel nostro continente (altrove, purtroppo, le cose stanno proprio così) considerati “illegittimi” in quanto praticati “fuori della legittimazione del matrimonio” (come una volta si diceva dei rapporti tra persone di sesso diverso).

In secondo luogo si dovrebbe ritenere che (sempre come una volta si diceva – e ci si comportava – a proposito di rapporti eterosessuali) che il matrimonio sia necessario, appunto, per “legittimare” ciò che, altrimenti sarebbe illegittimo, se non, addirittura, per “riparare” la “caduta nel peccato” (o qualcosa di simile). Si dirà che se c’è un matrimonio per e tra gli eterosessuali, è pur questo un segno che tale istituto accede alla legittimità dei rapporti sessuali, seppure, non la determina.

Ma, senza volerci addentrare in una sterile (ed alquanto grottesca) diatriba sul come e perché sia nato il matrimonio, sembra difficile poter affermare che esso è l’istituzione della legalizzazione dei rapporti sessuali (senza la quale i nostri progenitori non li avrebbero considerati leciti!).
Meglio ricorrere a quella che, magari, sarà espressione di una filologia e di una etimologia un po’ approssimativa, magari come il famoso “lucus a non lucendo”, ed osservare, intanto, che il termine evoca la “madre” e la generazione e non il rapporto sessuale (non è….”sessimonio”).

Insomma: gli omosessuali vorrebbero per loro una istituzione che non ha un bel nulla a che vedere con i rapporti sessuali ed affettivi loro propri, ma solo con quelli strutturati in funzione della riproduzione e con la costituzione di un nucleo in cui la prole possa pervenire alla capacità di autonomia. Rapporto che non muta carattere per il fatto che la prole non sopravvenga e non possa, per un motivo estrinseco alla personalità dei soggetti, e del “tipo di rapporto”, intervenire.

Se così è il desiderio degli omosessuali di unirsi tra loro in matrimonio, anziché espressione e completamento della loro emancipazione e della loro libertà, appare come l’espressione di una sorta di mimetismo, di estrinseca attribuzione di un segno sociale di accettazione del loro essere, di una “patente” rilasciata ai così “coniugati” e di riflesso, all’intera categoria (brutta espressione, che qui usiamo solo per muoverci nella logica che non è nostra).

Si potrà ritenere che la Società, gli Stati, le Religioni, debbano agli omosessuali anche quanto ad essi di superfluo occorra per sentirsi finalmente veramente “accettati”, dopo le persecuzioni che accesero i roghi e che si praticarono con minor ferocia ma, con altrettanta intolleranza fino ai nostri giorni.

Ma, credo sia opportuno fare un passo avanti e non un passo indietro, non assecondare questa mal concepita concezione della libertà per via di “patenti” sia pure in nome di una “riparazione”, che può consistere solo nella rimozione vera e serena del pregiudizio.

Così si può comprendere il desiderio di ostentazione di un atteggiamento di natura e di un rapporto proprio come espressione di una emancipazione che non può dirsi (ma quale è ciò che lo può?) conclusa e perfetta. Ma non è assolutamente concepibile l’intolleranza di chi ritenga di dover ostentare la proprio omosessualità verso chi intenda viverla con discrezione e, magari, con senso del pudore e del peccato. Mi riferisco, ovviamente, alle inconcepibili espressioni di intolleranza per l’omosessualità di Lucio Dalla da lui vissuta con grande discrezione ed emersa al momento della sua morte. Tra quelle espressioni di intolleranza e la pretesa “necessità di dare anche agli omosessuali un loro” matrimonio c’è, mi pare, un certo nesso.

(Giustizia Giusta)

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