Più impresa, meno art.18

By Redazione

marzo 23, 2012 politica

“Basta parlare di Articolo 18: non interessa ai giovani, non interessa alla maggior parte dei lavoratori, non interessa alle piccole imprese né a chi vuole fare impresa”. Luca Iaia, responsabile nazionale dei giovani imprenditori Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, va a ruota libera sulla bozza Fornero. Nel complesso, dice Iaia,  la riforma piace. “Crediamo che sia un segnale importante: finalmente si va a mettere le mani su un mercato del lavoro fino ad oggi assolutamente rigido”. Ma quello che non piace per nulla è l’attenzione smodata dei media e della politica su quelle parti che, a conti fatti, non toccano la realtà del tessuto produttivo italiano. Come l’Articolo 18, giustappunto. “Parliamo piuttosto di ciò che sarebbe davvero importante”, esorta il leader dei giovani Cna.

Ad esempio?
“Del rilancio delle imprese giovani e della produttività, di sgravi per chi assume, di defiscalizzazione per le aziende di nuova creazione, di promozione della cultura d’impresa, di finanziamento alle attività di ricerca e agli spin off universitari,  e di maggiore sostegno alle scuole di formazione professionale”.

Vi irrita che si parli solo di Articolo 18…
“È una norma importante, non c’è dubbio, che tutela circa due milioni di lavoratori italiani. Ma ci sono altri due milioni di giovani sotto i 24 anni scoraggiati, che un lavoro non lo cercano nemmeno più. E ci sono altri 30 milioni di occupati che non vengono assolutamente toccati dall’Articolo 18”.

Allora parliamo di quello che non piace di questa riforma.
“Il fatto di caricare i costi sul sistema delle piccole imprese: non è pensabile aumentare ancora gli oneri sulle assunzioni. Inoltre, c’è tutta una serie di misure che mirano ad eliminare una fascia di lavoro a tempo determinato che comunque è necessaria. Va ovviamente condannato chi utilizza indiscriminatamente le forme di lavoro temporaneo, ma è anche vero che ci sono occasioni in cui questo è necessario: i lavori stagionali nel settore agricolo o le assunzioni delle piccole imprese durante i picchi di produzione. Aziende con tre o quattro dipendenti fanno fatica a stabilizzare lavoratori che servono a soddisfare solo quel picco.

Quindi?
“Quindi occorre maggiore attenzione nell’analizzare il mercato del lavoro, senza avere soltanto attenzione per le necessità della grande industria. Si guarda sempre a ciò che fa comodo alle grandi, ma il vero motore della produttività italiana sono le imprese sotto i 250 dipendenti, e ancor più quelle sotto la soglia dei 15”.  

Cosa chiedete al governo?
“Aspettiamo che la manovra venga presentata in parlamento, ma ci piacerebbe che ci fossero meno oneri per chi assume e, anzi, qualche incentivo in più a chi assume ma anche a chi crea nuove imprese. È una cosa di cui il nuovo governo deve farsi carico: è giusto ragionare sulla riforma del mercato del lavoro, ma da domani occorre pensare a quale sarà il futuro del sistema produttivo italiano. Chi ha un progetto valido deve poterlo portare avanti senza annegare in burocrazia e tasse”.

Una riforma però non basta.
“Servono misure di sviluppo e di sostegno alla nuova imprenditoria. Non possiamo continuare con la logica del posto fisso, né indirizzando i giovani verso studi che non hanno sbocchi professionali. È giusto far capire ai giovani che fare impresa non significa diventare delinquenti, o arricchirsi senza lavorare. Occorre anche rivalutare la cultura della manualità. Ma per farlo bisogna intervenire sul sistema scolastico in maniera intelligente, ricostruendo il rapporto tra scuola a lavoro, e non tagliando istituti professionali e tecnici. Tutto questo serve non solo a migliorare la produttività, ma anche a rendere inutili le tutele per le quali ora ci si batte tanto accanitamente.”

Inutili?
“Se ho un sistema efficiente, se riesco a sostenerne la mobilità, se consento al lavoratore di spostarsi con semplicità da una realtà all’altra, non ho necessità di meccanismi di tutela”.

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