Chiudere twitter in una Serra?

By Redazione

marzo 22, 2012 Cultura

Premessa: chi scrive ha sempre stimato, pur non condividendone ogni volta le opinioni, Michele Serra; un giornalista capace, simpatico, colto, dalla penna pungente, mai scontato né banale. Diciamo pure che se ci fossero più persone come lui non sarebbe male, per dare sempre nuovi stimoli e spunti di riflessione per il dibattito giornalistico italiano.

Mi è capitato di leggere in questi giorni il pezzo che Serra ha scritto sulla sua rubrica del quotidiano La Repubblica a proposito del social network Twitter, e sono rimasto sinceramente stupito. Dopo una riflessione tutto sommato condivisibile sulla drasticità e il pressapochismo dei dibattiti su Twitter, Serra si è lasciato andare a un giudizio tranchant e senza possibilità d’appello (assai simile a quelli che lui dice essere la regola su Twitter): Twitter mi fa schifo, meno male che non “twitto”. Mi viene spontaneo dare (senza presunzione alcuna) qualche spunto di riflessione a Serra, e chissà che magari – considerato che si tratta di gusti personali – non voglia cambiare idea in merito e dedicare al tema una riflessione un poco più approfondita. Serra sostiene che su Twitter non ci sia possibilità di confronto e di dialettica, di sintesi fra idee opposte. Solo giudizi netti, dualistici, o di qua o di là.

Il vizio fondamentale di questo ragionamento, al netto dell’effettivo pressapochismo dei dibattiti in rete, secondo me si colloca nella base stessa del ragionamento di Serra: si parla dei giudizi e dei commenti come se non ci fosse possibilità d’interazione fra i soggetti. In realtà su Twitter (così come su Facebook ed altri social network) la possibilità d’interazione esiste eccome, ci si può confrontare tranquillamente e anche se il dibattito non sarà mai assimilabile a quello concreto fra persone reali e non virtuali resta comunque una traccia, uno scambio di idee; la brevità imposta da Twitter non è necessariamente un male, semplicemente obbliga a essere concisi nelle risposte. Questo però non impedisce che il dibattito ci sia: magari sarà più lungo e serrato rispetto a Facebook, per esempio, ma ci sarà. Ed è questo che conta, considerato il ragionamento di Serra.

Un altro punto critico, a mio giudizio, si colloca nella funzione che Serra attribuisce a Twitter: per quella sintesi dialettica evocata, per un dialogo che abbia come obiettivo finale il raggiungimento di una mediazione, ci sono altre sedi. Il bello (o il brutto, per come la vede Serra) della democrazia del web è proprio questo: quello di un confronto senza troppi filtri, dove ognuno dice quello che pensa liberamente; come si può pensare di farsi un’idea del prossimo, dell’altro, senza un confronto vero e basato sulla diversità, anche netta, tranchant, di gusti e opinioni? Non pensiamo che lo scambio, l’interazione, debba necessariamente basarsi sul concetto (il più delle volte abbastanza ipocrita) di politically correct. Alle volte è meglio una tenzone dove si tende ad “alzare la voce” ma almeno si contribuisce a far chiarezza, rispetto a tante discussioni vuote, retoriche e artificiose, prive di un qualsiasi confronto degno di tal nome.

(qdrmagazine)

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