Ma i liberisti sono tra la gente

By Redazione

marzo 20, 2012 politica

Ho appena finito di leggere su “Europa” lo stimolante divertissement con cui venerdì scorso Antonio Funiciello, argomentando in maniera convincente sulla “inesistenza del liberismo”, finisce per prendersela con una sinistra incapace di “rinnovare il proprio arsenale ideologico” per rifugiarsi nelle “sicurezze caricaturali del passato”. Ora, Funiciello non ha affatto torto nel descrivere come lontani dal liberismo Sarkozy e Cameron, Obama e Singh (si potrebbe essere più cauti, magari, con i repubblicani americani e i popolari spagnoli, ma la sostanza non cambia). E coglie perfettamente nel segno quando tratteggia l’ignavia, ai limiti della codardìa, che affligge i “liberisti d’oggi […] troppo spesso acquattati nei loro centri studi” per paura di sporcarsi le mani in quel teatro dell’assurdo che è diventata la politica.

Quello che a Funiciello sembra sfuggire, però, è che la sua analisi è perfetta soltanto se ci si limita a prendere in considerazione i leader, i partiti o le élite dominanti. Magari il liberismo non esiste, ma i liberisti (che forse sarebbe meglio definire come coloro che credono in soluzioni politiche di libero mercato e governo limitato) esistono eccome. Anche se non appartengono ad una struttura ideologica organizzata e soltanto raramente hanno avuto in mano le leve di comando dei partiti di massa. Come scriveva, prima della rivoluzione repubblicana che portò al Contract with America, Alan Brinkley sulla American Historical Review (vol. 99. n.2, aprile 1994), “il conservatorismo americano non è un’ideologia con una struttura coerente ed unificata, ma un ‘cluster’ di idee correlate (e a volte anche non correlate) che spingono nella stessa direzione”.

La definizione di Brinkley è applicabile, con forse maggiore enfasi, a coloro che in Italia chiamiamo “liberisti”. Non siamo di fronte a una ideologia pulita, simmetrica e consistente – come quelle che tanto piacciono alle destre nazionaliste e alla gran parte delle sinistre – quanto piuttosto ad una “pulsione”, un anelito verso la riduzione del ruolo dello stato in economia che, come è normale, acquista vigore ciclicamente ogni volta che lo stato calpesta quelli che (a torto o a ragione) vengono considerati, in un determinato periodo storico, i suoi confini naturali. Ed è per questo motivo che i liberisti sono scomparsi dalle cancellerie e dai palazzi presidenziali, è un dato di fatto, ma abitano sempre più spesso – magari senza saperlo – nel comune sentire di fasce estese (e non rappresentate) dell’elettorato.

La rivolta bipartisan contro Equitalia; l’esportazione del modello organizzativo del movimento Tea Party; il rifiuto generalizzato della riforma sanitaria voluta da Obama negli Stati Uniti; la resistenza popolare alle candidature (liberiste solo a tratti) espresse dal partito repubblicano alle primarie; i continui tracolli elettorali dei partiti che si richiamano alla tradizione socialdemocratica europea. Cinque indizi non fanno certo una prova, a parte che in certe procure nostrane, ma la sensazione è che le idee favorevoli al libero mercato e allosmall-governmentsiano molto più popolari tra la gente comune che tra le cosiddette élite. Non è un caso che Margaret Thatcher sia nata in una famiglia di piccoli commercianti e non di banchieri.

E’ sempre stato difficile (a parte la doppia, e splendida per chi scrive, eccezione della coppia Reagan-Thatcher) identificare leader politici e capi di stato o di governo di provata fede liberista. Perché il vero liberista, in genere, si ritrae inorridito di fronte al potere dello stato. E, come Gandalf di fronte all’anello, la sua reazione istintiva è quella di sbarazzarsene definitivamente. Per consentire alla catallassi, cioè al mercato inteso come sistema auto-organizzativo di cooperazione volontaria, di continuare la sua invisibile opera di liberazione dell’umanità. Azzoppato da un individualismo ancestrale, soltanto di fronte alla tragedia incombente il liberista accetta di indossare l’anello e sporcare la propria purezza con le necessità dell’azione politica collettiva. A frenarlo non è tanto la paura di “alleanze sbagliate”, come scrive Funiciello, quanto la convinzione che – una volta conquistato il potere – quest’ultimo possa corromperlo, assolutamente.

Di fronte alla sinistra di Hollande-Bersani (e Obama), o alla destra di Tremonti-Sarkozy (e Santorum), il liberista però non ha scampo. O si arrende una volta per tutte a queste varianti post-moderne e politicamente corrette delle ideologie totalitarie, oppure indossa controvoglia l’anello e si unisce a quanti, in tutto il mondo, stanno lavorando “dal basso” per organizzare la resistenza anti-statalista. In America il compito tocca soprattutto ai “conservatori”, visto che almeno lì è rimasto qualcosa da conservare. In Europa, e soprattutto in Italia, l’onere dell’azione spetta ai riformisti di sinistra come ai riformatori di destra. Potrà anche sembrare innaturale, agli uni e agli altri, percorrere un tratto di strada insieme, ma esiste davvero qualche alternativa praticabile alla vittoria di Sauron?

(da “Europa“)

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