Il liberismo non esiste

By Redazione

marzo 20, 2012 politica

Il liberismo non esiste. È come il cavaliere di Calvino: impavido e valoroso, freddo e spontaneo, mosso da un idealismo razionale profondissimo; e però non esiste. Non è liberista la Merkel la cui azione di governo, in linea con la tradizione del centrodestra cristiano, si muove talora all’opposto dei dettami liberisti.

Non è liberista Sarkozy, perché i francesi non sono mai stati liberisti e il liberismo – come dottrina economica e filosofica – non rientra nell’armamentario ideologico della grandeur. Non è liberista Mariano Rajoy, dacché il popolarismo spagnolo è storicamente distante dal liberismo. David Cameron poi è il meno liberista dei premier inglesi dai tempi di Supermac Harold Macmillan. Mitt Romney e Rick Santorum, che si stanno giocando lanomination alle primarie repubblicane negli States, non sono liberisti.

Non sono poi ovviamente liberisti leader di governi di centrosinistra come Barack Obama, il premier indiano Singh, il primo ministro giapponese Noda, la presidente del Brasile Dilma Rousseff. Hu Jintao e Wen Jiabao, capo di stato e capo di governo cinesi, non sono – ad occhio – liberisti. Se il cavaliere inesistente di Calvino riusciva ad esistere, pur non esistendo, per una sua strenua volontà volta in tal senso, l’inesistente liberismo riesce ad esistere per la tenacia dei suoi esistenti oppositori che, avendo bisogno di un nemico, lo resuscitano.

La destra europea, che non è liberista, non gli basta come avversario. Perché, malgrado i mille distinguo e le variabili nazionali, la destra europea somiglia dannatamente alla sinistra di tradizione socialdemocratica precedente alla stagione di Blair e Schröder. Come tutti sanno, anche l’acribia del rigore è tutt’altro che estranea all’esperienza socialdemocratica continentale. Basta leggersi l’ultima fatica letteraria di Giulio Tremonti uscita all’inizio dell’anno, “Uscita di sicurezza”, per ritrovarsi tra le mani le memorie di un vecchio socialdemocratico incattivito dalle sconfitte dalla vita. La rappresentazione che Tremonti dà del centrodestra europeo è la stessa, nessuna distinzione, che è alla base del lavoro preparatorio del Manifesto di Parigi che Hollande, Gabriel e Bersani firmeranno domani.

Da dove nasce la necessità e l’enorme rischio di rappresentarsi il proprio avversario sensibilmente diverso da quel che è? Le ipotesi sono due. La prima attiene a un deficit gigantesco di cultura politica, prodotto dalle certezze superstiziose di chi, essendo indisponibile a rinnovare il proprio arsenale ideologico, si rifugia nelle sicurezze caricaturali del passato. La seconda ipotesi riguarda, invece, una chiara scelta programmatica che, pur consapevole delle fandonie che propaganda, così costruisce tatticamente le condizioni per un proprio ritorno ai vertici.

La verità sta nel mezzo: questa seconda ipotesi è la più plausibile, ancorché intrecci a sé i cascami della prima. Cioè a dire che una buona parte dei leader della sinistra sa bene che il liberismo non esiste e, tuttavia, ne ha un disperato bisogno per supplire alle proprie inadeguatezze affastellate e per nutrire di vecchi incentivi ideologici l’antica base elettorale.

Malgrado ciò, intendiamoci, il liberismo continua a non esistere. I fantasmi di Mises e Hayek galoppano su destrieri pulciosi, che non sanno dare slancio alla gagliardia delle loro ambizioni. I liberisti d’oggi se ne stanno spesso troppo acquattati nei loro centri studi, dove esercitano un intelligentissimo impegno critico, ma paiono aver dimenticato il gusto che dà, allo sforzo intellettuale, l’agone della battaglia politica. Accondiscendenze, alleanze interne sbagliate, inutili recriminazioni, sono il dazio da rifiutare per tornare protagonisti. Con una sinistra europea ridotta com’è, non si capisce davvero cosa aspettino i liberisti d’Europa a unirsi e a liberarsi della loro catene. 

(da Europa)

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