Un gol contro il fondamentalismo

By Redazione

marzo 19, 2012 Esteri

Non si può scegliere un sogno. Maymun Muhyadine Mohamed racconta la sua storia ai volontari Onu nel campo profughi di Ali Addeh, Gibuti. Poco oltre il confine somalo. Mogadiscio è sotto lo scacco dei guerriglieri Shaabab, il braccio di al-qaeda nella regione. Parla di come gli integralisti hanno minacciato la sua famiglia e ucciso suo marito, dopo averlo picchiato a sangue. Scene che in confronto le paranoie di Jess, protagonista del film “Sognando Beckham” sono scatti da fotoromanzo.

Già, perché Maymun ama il calcio, corre nelle strade della sua città praticamente contro tutto: religione, ragazzacci, scuola e terreno. Perfino lo sterrato di quelle vie e la polvere credono di poterla piegare. Nessuno ci riesce fino all’estate scorsa, quando vince un torneo e riceve come premio un berretto e una medaglia. Quello è il giorno più bello della sua vita. È l’unica donna della squadra, un duro smacco per l’integralismo religioso e gli inquisitori di Allah iniziano la persecuzione: “Mi ringhiarono che le donne non possono fare sport. Devi smettere, indossare ilhijab, abito e copricapo islamico”. Non è che la fede scarseggi, ma anche provandoci il vestito troppo lungo ostacola la corsa, smorza il movimento, nessuna speranza di contropiede. Così non vale, non si può fare.

Gli Shaabab allora fanno visita a suo marito, accusandolo di essere una vergogna, un eretico e di non farsi rispettare dalla propria moglie. Abdi Abu Bakar, 23 anni, sa che il calcio per lei è la vita e decide di resistere. “Gli disse di farsi i fatti loro”. Così una notte circondano la casa dove vivono e lo uccidono. Questa è una realtà tragica e non risponde a nessunclichédelle teorie multiculturali euroamericane. La cultura delle differenze, i sermoni femministi sono a migliaia di chilometri di distanza, qui non hanno senso, qui si muore davvero. Vallo a chiedere a un miliziano somalo cosa ne pensa dei diritti civili e della difesa delle identità. Di sicuro non ammetterà repliche. 

“Quando Abdi è morto, ero incinta di quattro mesi”. Maymun resta a Mogadiscio fino alla nascita di sua figlia Fahima. Poi fugge. Vende la medaglia e il cappello, la sua anima, per 30 dollari americani e una mappa dell’Africa Orientale. Dove andare? Due strade verso nord, una più a est: il Kenya e il campo profughi di Dadaab o la piccola Gibuti. Ma per arrivare a Dadaab si deve attraversare un territorio pericoloso, i ribelli sono dappertutto e combattono tutti i giorni contro l’esercito regolare. Allora Gibuti.

Con un camion e una bambina in braccio puoi arrivare lontano, ma con 30 dollari in tasca sei fortunato se raggiungi il confine e non sei da solo. Maymun si unisce a un gruppo di famiglie che percorrono a piedi gli ultimi tratti di Somalia: “Eravamo 38 persone ad attraversare la frontiera”. Trentuno di loro avrebbero raggiunto la costa  e continuato il viaggio via mare, in cerca di un lavoro in Yemen o Arabia Saudita. Quasi nessuno conosce la situazione al di là del Mar Rosso. C’è ottimismo, chi è in viaggio si concentra su ciò che ha lasciato senza badare al futuro, perché crede che non possa esistere una terra più maledetta di quella. Una sola certezza: una delle squadre di calcio yemenite, quella più seguita, si chiama Al-Sha’ab. La somiglianza supera la fonetica e Maymun decide di restare in Africa.

Va a scuola di mattina e gioca a calcio con i ragazzi nel pomeriggio. Ricorda ancora il giorno in cui ha perso suo marito e il momento in cui ha dovuto vendere i suoi trofei. “Inshallah, se mai vincerò ancora qualcosa non la darò via per soldi. Terrò tutto da parte per mia figlia e un giorno si ricorderà di me”. Per Maymun il futuro è imperfetto. Per cominciare è senza soldi né sicurezza. Dice di voler solo giocare a calcio: “Questo è il mio sogno, il resto non fa differenza”.

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