Spesa pubblica: lo Stato all’ingrasso

By Redazione

marzo 19, 2012 politica

Tasse da record? La spesa pubblica non è da meno. Negli ultimi 30 anni, infatti, la spesa corrente dello Stato è più che raddoppiata. Lo dicono gli ultimi dati pubblicati dalla Cgia di Mestre. Con buona pace di chi invoca rigore e risparmio per il Paese: un appello che vale evidentemente soltanto per i cittadini, costretti giocoforza a stili di vita sempre più spartani, mentre lo Stato per conto suo continua a far sfoggio di un sibaritismo da Prima Repubblica.

Tra il 1981 e il 2011 le uscite correnti sono aumentate del 105%, pari a oltre 344 miliardi di euro in più. Al 31 dicembre del 2011, la spesa corrente ha raggiunto quota 672,6 miliardi di euro, contro i 327,9 miliardi della stessa data di trent’anni prima. Non c’è dunque da stare allegri, nemmeno sapendo che questo dato generale ha registrato un leggero calo rispetto al 2010 (-2,3%), dal momento che soltanto nell’ultimo decennio la spesa è comunque aumentata del 16,8%.  Ma come spende esattamente lo stato i suoi (pardon, nostri) soldi? Nelle uscite correnti dello stato rientrano in primo luogo le spese per i dipendenti pubblici, come retribuzioni, contributi, e così via, ma anche quelle legate al funzionamento della macchina statale: affitti, acquisti, manutenzioni, mutui. Infine, ma solo da ultime, quelle riconducibili alle prestazioni sociali: come la sanità, la previdenza  e l’assistenza, alle quali tocca attingere per ultime alle borse ormai quasi del tutto svuotate.

Non deve essere motivo di meraviglia, allora, se il debito pubblico italiano è pari al 120% del Pil nazionale, e se la pressione fiscale il prossimo anno sfiorerà il 55%. Senza razionalizzazione delle spese, senza riduzione degli enti, senza dismissione di patrimonio pubblico, senza adeguamento degli stipendi e degli emolumenti ai dirigenti della Pubblica Amministrazione, il crescente carico dei costi è stato ammortizzato soltanto attraverso l’aumento delle tasse. Insomma, il leviatano statale cresce a dismisura, incontrollato e senza freni. E divora risorse allo stesso incalzante ritmo della sua crescita prodigiosa. Chi lo sfama? I cittadini, con prelievi fiscali sempre più onerosi. La macchina pubblica è diventata per i cittadini italiani quello che il leggendario Minotauro era per gli ateniesi: un mostro famelico e insaziabile, che per la sua soddisfazione esige tributi sempre più elevati.

E così, tra il 1980 ed il 2011, proprio lo stesso trentennio preso in analisi per evidenziare la crescita della spesa pubblica, anche per le tasse è stata una lunga ma inarrestabile corsa al rialzo. Il carico fiscale sui contribuenti è aumentato di oltre 11 punti percentuali, dal 31,4% di 30 anni fa al 42,5% del 2011. Solo nell’ultimo decennio, tra il 2001 e il 2011, la pressione dello stato sui contribuenti è aumentata di 5 punti percentuali. Ma, fanno notare sempre fonti della Cgia, dal momento che l’Istat calcola la pressione fiscale con il rapporto tra le entrate contributive e il Prodotto interno lordo, ed essendo compreso in quest’ultimo anche il sommerso (che, ovviamente, non paga tasse), il sistema tributario grava in realtà sui cittadini e le imprese oneste per il 52% dei loro redditi, che il prossimo anno diventerà il 54,5%. In breve: non solo chi paga le tasse le paga per tutti, ma ne paga più di quanto non se ne paghi i qualsiasi altro paese del mondo.

Al contribuente non resta nemmeno la consolazione di veder crescere, assieme alle tasse, il livello dei servizi pubblici di cui può godere. Perché sì, sarà pur vero che i contribuenti della virtuosa Svezia sono abituati da molto più tempo rispetto a noi ad aver a che fare con un fisco esigente, e ciononostante non se ne lamentano mai, ma in cambio ricevono un servizio sanitario eccellente, servizi all’avanguardia, infrastrutture futuribili, ammortizzatori sociali e welfare praticamente per tutti. Invece in Italia è la “macchina burocratica” a fagocitare praticamente ogni cosa: nel bilancio dello Stato, ad esempio, le spese per l’amministrazione generale sono lievitate dal 26,6% del 1960 al 35,8% del 2009 (fonti MEF). Alle altre voci di spesa restano solo le briciole: 3,3% per la difesa nazionale (appena lo 0,9% del Pil, contro il tetto minimo del 2% che la Nato richiede ai paesi aderenti), 3,2% per la giustizia e la sicurezza pubblica, 8,7% per l’istruzione e la cultura, 16,3% per il sociale, 7,2% per interventi in campo economico e appena lo 0,3 per il territorio. E quanto (ma accade di rado) si taglia qualcosa, si comincia sempre da qui.

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