Tutti al lavoro sulla riforma

By Redazione

marzo 18, 2012 politica

Si apre una settimana decisiva per la riforma del mercato del lavoro, se il governo intenderà far rispettare la scadenza del 23 marzo. Al tavolo dei negoziati con le parti sociali verrà girata l’ultima carta, proprio come nel poker alla texana. Martedì il premier e il ministro Fornero incontreranno sindacati e imprese con l’intenzione di tirare le fila del discorso e giungere ad un accordo di massima su tutti i dossier aperti. Sabato al convegno di Confindustria Monti ha confermato per questa settimana la chiusura delle trattative, facendo appello allo «spirito di coesione» delle parti e chiedendo a ciascuna di «cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte». Nel vertice di giovedì sera con il presidente del Consiglio l’ABC (il tridente dei leader di partito Alfano-Bersani-Casini, alle spalle di Monti, la prima punta) aveva sostanzialmente espresso il proprio via libera all’impostazione della riforma, rimettendosi comunque all’eventuale accordo tra il governo e le parti sociali. Una concordia, immortalata dallo scatto fotografico di Casini, che aveva autorizzato un certo entusiasmo, come se ormai l’accordo fosse cosa fatta. Un pressing però non molto gradito dalle parti sociali, che tra venerdì e sabato hanno bruscamente frenato. Tutti sono tornati a rimarcare i punti di distanza tra di loro e con le proposte avanzate dal governo. L’accordo, insomma, è ancora possibile ma né facile né scontato.

Sull’articolo 18 «tutte le soluzioni» appaiono «lontane da ogni possibile ipotesi di un accordo», ha messo le mani avanti la Camusso dal palco del convegno di Confindustria, poco prima che prendesse la parola il presidente del Consiglio. «Fondare tutto sul tema dell’articolo 18 – lamentava la leader della Cgil – significa far passare l’idea che l’unico problema sia quello di licenziare». Poi la doccia gelata: «Siamo belli lontani» dal raggiungere l’accordo, «impossibile chiudere martedì». Dagli incontri informali di sabato mattina «sono emersi estremismi», ha commentato Bonanni, della Cisl, avvertendo che senza accordo «il governo farà da solo e sarà una riforma più dura» e spiegando di comprendere la posizione delle imprese ma «non quella di altri», riferendosi senza citarla alla Cgil. Dubbioso anche Angeletti della Uil, che non scommetterebbe soldi sull’accordo perché «allo stato attuale non ci sono soluzioni condivise».

L’impressione tuttavia è che per la Cgil, e in misura minore per gli altri sindacati, meno oltranzisti, ormai non sia questione di trattare, ma di trattare una resa onorevole. Il tabù dell’articolo 18 in un modo o nell’altro verrà infranto. I mercati hanno probabilmente già scontato la riforma, sulla fiducia nel professor Monti, e una delusione costerebbe al governo la sua credibilità. Ma il premier si sforzerà di offrire un compromesso che non abbia il sapore dell’umiliazione per i sindacati, in modo da poter esibire la loro firma sulla riforma, che addolcirebbe enormemente la pillola per il Pd facilitando, quindi, i passaggi parlamentari; per i sindacati si tratta di arrivare all’accordo, se accordo ci dev’essere, in frenata, puntando i piedi, per non dare alla base, intransigente nel denunciare gli “inciuci” con i “padroni”, l’impressione di una resa.

D’altra parte Emma Marcegaglia non ci sta ad un «compromesso al ribasso», se è così «meglio non farla, o quanto meno non avrà la firma di Confindustria». Nel suo intervento conclusivo sabato ha ripetuto le obiezioni della laconica nota diffusa venerdì sera da Abi, Cooperative, Ania, Confindustria, Rete Imprese Italia: «La riforma del lavoro che il governo va delineando non pare ancora in grado di individuare le giuste soluzioni». Diverse le preoccupazioni degli imprenditori: la restrizione e il significativo aumento di oneri e vincoli burocratici delle forme “buone” di  flessibilità in entrata; l’aumento del costo del lavoro che dovranno sopportare per finanziare i nuovi ammortizzatori, che non sarebbero comunque in grado di agevolare i processi di ristrutturazione; e la mancanza di chiarezza sulle soluzioni, «che anche l’Europa chiede all’Italia, per migliorare la flessibilità in uscita». Il rischio che paventano le imprese italiane è, quindi, di trovarsi «indebolite di fronte alla concorrenza internazionale», ma al tempo stesso rinnovano la disponibilità a lavorare per raggiungere «un accordo pienamente condiviso».

Il ministro Fornero ribadisce che un accordo con le parti sociali è «imprescindibile», perché darebbe «un valore aggiunto di notevole importanza alla qualità della riforma», ma ci sono anche molte ragioni per dubitarne: una buona riforma con l’accordo di tutti i sindacati è come i neutrini più veloci della luce, come sfidare le leggi della fisica. Se infatti non si può disconoscere il valore politico e sociale di un accordo tra le parti, ciò che dovrebbe essere imprescindibile, al di sopra degli interessi di parte, è l’efficacia della riforma rispetto agli obiettivi che si prefigge per favorire la crescita economica e dell’occupazione. E sono essenzialmente tre: ridurre il dualismo del mercato del lavoro superando la logica del posto fisso, quindi aumentando la flessibilità in uscita; semplificare la selva di contratti flessibili senza irrigidire il mercato in entrata; passare gradualmente ma in modo incisivo dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto. Il tutto, se possibile, senza aumentare il cuneo fiscale, già a livelli massimi e fuori mercato.

Un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità “buona”, così come il mantenimento della centralità della cassa integrazione chissà per quanti anni ancora, contraddirebbero gli obiettivi proclamati della riforma. Sull’articolo 18, il riferimento al modello tedesco è pericoloso: in Germania funziona perché storicamente i sindacati, più coinvolti nella gestione delle aziende, si comportano più responsabilmente, e la giustizia del lavoro viene amministrata in modo ultra-rapido e pragmatico. In Italia lasciare alla discrezione dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo significherebbe non liberare i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che fungono da deterrente ad assumere. Il ricorso al modello tedesco quindi può prestarsi ad una doppia interpretazione: un assist offerto ai sindacati per incoraggiarli a sottoscrivere una riforma che si richiama esplicitamente ad un sistema produttivo in cui i sindacati svolgono un ruolo centrale e in cui non vige certo il licenziamento facile; oppure un espediente, che si rivelerebbe ben presto velleitario, per nascondere ai mercati, dietro il riferimento all’efficienza germanica, una piccola riforma e per compiacere il partner tedesco.

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