Gli economisti del tempo che fu

By Redazione

marzo 18, 2012 politica

Ha destato un certo effetto, come manifestazione sintomatica di pensiero inattuale, il  documento sulle vie d’uscita dalla crisi firmato da sessantuno economisti e pubblicato il 9 marzo su Europa. Nell’appello è assente ogni preoccupazione di sinistra liberale per le riforme strutturali e per gli interventi in grado di favorire la competitività e l’innovazione. Non manca invece nessuno dei vieti luoghi comuni della sinistra più dirigista e deficittista.

I due assunti fondamentali sono i seguenti: occorre aumentare la spesa pubblica e gli investimenti pubblici anche a costo di incrementare le tasse e/o il disavanzo; si debbono socializzare gli investimenti e l’occupazione e far sì che siano lo Stato e le istituzioni sovranazionali a orientare i risparmi, gli investimenti e lo sviluppo. C’è, in questa ricetta, una dose massiccia di irrealismo. Dei vincoli posti dalla globalizzazione alle politiche economiche, e del contrarsi dei poteri degli stati nell’ambito di economie nazionali fortemente dipendenti dall’estero, non si fa cenno. Ad accomunare gli strateghi del «vetero-domandismo» – tra cui spiccano Giorgio Ruffolo e il presidente di «Nens» Vincenzo Visco, nonché i più noti editorialisti economici dell’«Unità» (Nicola Cacace, Paolo Leon e Silvano Andriani) – è il rimpianto per quelli che sono stati definiti i «Trenta Gloriosi», gli anni dal 1945 al 1973.

Secondo costoro le terapie di quell’epoca, che fu davvero una stagione aurea di grande crescita del reddito e dell’occupazione, sono applicabili anche in un mondo come quello di oggi. Un mondo in cui ormai si parla di un ruolo da protagonisti per i Paesi Bric o Stim. Un mondo in cui il debito pubblico è al novanta per cento del pil in Germania e Francia, al cento per cento negli Usa e al centoventi per cento in Italia. Un mondo in cui il deficit pubblico ha superato la soglia del dieci per cento nel Regno Unito, in Spagna e negli Stati Uniti, e quella del sette per cento in Francia.

È bene intendersi: in un’economia mondiale del genere non esiste, per una politica di deficit spending, lo spazio che c’era trenta o quarant’anni fa; ed inoltre è probabile che l’aumento di domanda aggregata indotto in un dato Paese da manovre di bilancio espansive si tradurrebbe non in aumento del pil di quel Paese ma in un aumento delle sue importazioni dai paesi più competitivi e in un peggioramento repentino della sua posizione sull’estero.

Preoccupa che in questa corrente di pensiero non trovi posto una riflessione approfondita sull’urgenza di provvedimenti che mirino ad innalzare l’equità complessiva introducendo nei sistemi produttivi più meritocrazia, più efficienza, più azioni per la riduzione delle rendite parassitarie e per il rafforzamento del capitale umano e della occupabilità delle persone. Speriamo caldamente che di queste posizioni poco filtri nelle proposte del Pd e del Manifesto progressista che di qui a qualche giorno sarà presentato a Parigi. Insieme a giusti suggerimenti – trasformare la Bce in un vero prestatore di ultima istanza, regolare meglio i mercati finanziari, introdurre gli eurobonds, accrescere la cooperazione europea e internazionale in modo che il peso del riequilibrio delle bilance dei pagamenti non ricada tutto sui paesi con conti esteri in passivo – nel «testo dei sessantuno» fanno bella mostra di sé clamorosi anacronismi, tra l’altro estranei pure al keynesismo rettamente inteso, per il quale è pur sempre necessario che vi sia una compensazione, in termini di saldo del bilancio pubblico, tra fasi economicamente favorevoli e fasi economicamente avverse, in modo che nell’arco dell’intero ciclo il bilancio risulti in pareggio.

In quest’ottica, il keynesismo appropriato raccomanda di combattere la recessione anche andando in disavanzo. Ma quel che questa teoria implica è l’idea che solo perché si tiene il bilancio in pareggio o in avanzo quando le cose vanno bene, si può poi, quando le cose vanno male, andare in disavanzo (criterio, questo, non molto diverso dai principi del nuovo articolo 81 della Costituzione, contro il quale non a caso Sel ha lanciato una campagna di protesta). Se i progressisti facessero proprie queste esagerazioni, che qualora diventassero atti di governo farebbero schizzare alle stelle i rendimenti sui titoli di Stato, si condannerebbero o a non far nulla di concreto, o a essere accusati di doppiezza, perché all’atto pratico dovrebbero comportarsi molto diversamente da quanto dicono di essere e di volere.

È indispensabile una visione lucida degli effettivi margini di manovra di cui i governi dispongono. Negli ultimi trent’anni il debito pubblico, in rapporto al pil, è raddoppiato in Germania e nel Regno Unito; è cresciuto di quattro volte in Francia e di due volte e mezzo in negli Stati Uniti. Questa è la realtà con cui ci dobbiamo misurare.

In una realtà siffatta la costruzione di condizioni di maggiore giustizia distributiva può passare solo da una diversa composizione della spesa pubblica e del carico fiscale. Non certo da un loro incremento. E a chi propone un ritorno a un tasso di variazione della spesa pubblica stile anni ’60-’70 conviene rammentare qualche dato: in Italia, il disavanzo pubblico medio annuo, in rapporto al pil, è stato, nel quindicennio 1996-2010, doppio rispetto a quello che si registrò nel quindicennio 1951-65: 3,4% contro 1,8%. E nel 1965 il debito pubblico della Penisola era al 36% del pil: un livello di oltre tre volte più basso rispetto a quello attuale. Il processo di lievitazione della spesa pubblica che si osservò nel nostro Paese tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 aveva alle spalle queste basi (virtuose) di partenza. Ripeterlo oggi sarebbe impossibile, oltre che ingiusto, perché le condizioni d’avvio sono di tutt’altra natura. Non molto differente è stato l’andamento della finanza pubblica oltreoceano. Negli Stati Uniti, nel quindicennio 1951-65, il bilancio federale conobbe un disavanzo medio annuo di appena lo 0,2% del pil, e per cinque anni fu addirittura in avanzo. Viceversa, nel quindicennio 1996-2010, il bilancio federale, che pure è stato in attivo per quattro anni consecutivi dal 1998 al 2001, ha registrato un disavanzo medio annuo pari al 2,1% del pil, dieci volte superiore a quello degli anni ’50-’60. E nel 1965 il debito era al  47% del pil, meno della metà del 100% attuale.

Si potrebbero citare molti altri numeri. Ma crediamo che siano più che sufficienti questi a dimostrare quanto grandemente sbagli la pattuglia di accademici e di esperti che, dichiarando a gran voce di essere la «vera sinistra» (ovviamente più di sinistra della sinistra riformista), si compiace di guardare pigramente indietro ad un passato che non può rivivere.

(Qdr)

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