Mercato del lavoro: ecco cosa cambia

By Redazione

marzo 15, 2012 politica

Dopo drammatizzazioni, road map, paccate e annunci sibillini, la trattativa sulla riforma del mercato del lavoro sembrerebbe essere giunta ad un punto di svolta e tutto in meno di ventiquattro ore: cosa è successo al tavolo del ministero del Lavoro? E’ successo che Elsa Fornero, abbandonate le battute (la “paccata” non l’avrebbe detta seriamente neanche Michel Martone), ha incontrato i sindacati con una serie di proposte che sembra averli convinti. Ha tirato un po’ la corda sulla necessità di un  accordo veloce (l’effetto “paccata” era tutto qui) spiazzando i sindacati. Al tavolo della trattativa infatti Fornero è giunta con una serie di misure che neanche i medio-ottimisti avrebbero sperato, tanto da far dire a Bersani: “buttate la chiave e firmate”. La quadratura del cerchio dovrebbe arrivare il prossimo 20 marzo, data nella quale il premier Mario Monti ha personalmente convocato le parti sociali.  Nel frattempo il segretario democratico vede nelle misure in via di definizione la migliore via di mezzo per il proprio partito: l’articolo 18 ci sarà ma si vedrà di meno, Fassina alla fine non dovrebbe strepitare troppo dato che alcune tutele verranno estese anche ai precari, i moderati interni metteranno l’accento sull’importanza “riformista” dell’operazione in quanto tale.

La Cgil pure sembrerebbe remare a favore di un accordo e questa cosa aiuta parecchio la direzione dei democrats. Non solo: sfilatesi Lega e Idv, silenti i vendoliani extraparlamentari, mentre l’Udc si è appiattita sul governo al punto da non essere più considerata una voce indipendente, anche il Pdl non riesce a dire nulla di costruttivo sul disegno Fornero. Il Pd è l’unico partito ad aver accompagnato la riforma con occhio vigile e critico.

Al di là delle posizioni assunte dai partiti, nel concreto vi saranno dei cambiamenti, probabilmente sostanziali, nel mercato che regola domanda e offerta del mercato del lavoro. Vediamo i principali.

Anzitutto sull’articolo 18, che dovrebbe essere smembrato in tre parti: non cambiando nei casi di licenziamenti discriminatori (quindi con l’obbligo di reintegro), dovrebbe invece eclissarsi in quelli di licenziamenti “oggettivi” per “motivi economici”, in cui si avrebbe un indennizzo. La terza parte riguarderebbe i licenziamenti “disciplinari”, per i quali sarà il giudice a decidere tra reintegro e indennizzo, come accade in Germania. La differenza è nei tempi delle cause di lavoro: l’indennizzo previsto in caso di reintegro è di massimo due anni, ma la durata media del procedimento è di quattro. Qui dovrà intervenire il ministro della Giustizia Paola Severino, creando una corsia apposita per i processi di questo tipo, al fine di velocizzare le sentenze facilitando la vita a imprese e lavoratori ed evitando sprechi nell’attribuzione degli assegni di indennità.

La Cgil opporrà resistenza sul licenziamento disciplinare, che ritiene uguale a quello discriminatorio, per il quale il sindacato di Camusso vorrebbe il reintegro. Ma incontrerà la ferma opposizione del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Confindustria deve ancora incontrare Fornero, ma il warm-up di questi giorni lascia intuire che l’intesa con gli imprenditori sia più a portata di mano che non quella con i sindacati.

Il ministro ha anche lavorato sui contratti: non si parla più di differenti tipologie contrattuali (le famose 48 identità lavorative contate da Nidil Cgil), né di quante se ne dovrebbero avere domani: di certo il governo vuole rendere più onerosi i contratti precari e a termine, equiparandone la tassazione ai contratti a tempo indeterminato. La vera figura nuova (che nuova non è) sarà rappresentata dai contratti di apprendistato, chiave di volta dell’ingresso nel mercato del lavoro. Contratti di quel tipo costeranno meno alle imprese, che saranno anche premiate in caso di conferma a tempo indeterminato da parte del lavoratore. Stretta sulle finte partite Iva e maggiore attenzione ai part-time e al “job on call” concludono le misure di massima sui contratti e le forme lavorative.

Diverso il discorso per le imprese: sgravi sulle nuove assunzioni, maggiore flessibilità sull’articolo 18, ma anche più responsabilità negli indennizzi in caso di licenziamenti. Emma Marcegaglia si è comportata da esperta mediatrice. Perché le imprese saranno gravate di una maggiore responsabilità, ma rimarrà anche il ricorso alla Cassa integrazione straordinaria. A ben vedere, anche la proposta di riforma dell’articolo 18 è quella che Confindustria proponeva da qualche tempo.

Anche la proposta il differimento di entrata della riforma a pieno regime sembra provenire dagli industriali. Si diceva pochi giorni fa che il 2015, proposto dal governo, era troppo presto. Quindi i sindacati hanno protestato: ok la riforma, ma in poco tempo si creerebbero solo problemi, sperequazioni e difficoltà nel far partire il sistema flessibile. Marcegaglia ha proposto il 2017 e pare proprio che quella data sia quella su cui Fornero potrebbe accordarsi con le parti, nonostante il ministro insista sulla proposta originaria.

Oggi la mediazione delle richieste sembra quindi in mano a Confindustria, che per la prima volta è riuscita a coniugare le difficoltà dei consumi con quelle della produzione. Rimangono molti dubbi sul tavolo: la flessibilità alla tedesca da noi è ancora un miraggio e le imprese dovranno accollarsi questo dare/avere in modo convinto. Sperando che gli attori coinvolti credano nella riforma a lungo termine e da questo punto, che è un punto di partenza, cerchino di far funzionare la macchina.

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