Microsoft lancia la sfida a Babele

By Redazione

marzo 14, 2012 Cultura

Annosa questione, quella dei traduttori automatici. Quello di Google è stato fino ad ora il cruccio degli insegnanti di lingua, dei puristi e degli studiosi della traduzione. Chiunque può scrivere più o meno qualsiasi cosa, sempre che sia in italiano corrente ed evitando inflessioni dialettali, e il traduttore fa il resto. Certo, non sempre in modo preciso e affidabile al 100%, ma lo fa. Se si vuole sapere più o meno di cosa parla un articolo del Financial Times che non riusciamo a capire, è un primo appiglio che fa il suo dovere. Alcuni lamentano che in questo modo non si incentiva lo studio delle lingue straniere. Altri rispolverano la sempreverde preoccupazione che il fattore umano venga ancora una volta scalciato via dalle macchine.

Chissà cosa penseranno i detrattori di Google Translator quando verranno a sapere che esiste già una diavoleria tecnologica che va ancora oltre. Microsoft sta infatti sviluppando e perfezionando un futuristico prototipo di traduttore automatico vocale. Il modello è ancora un embrione della rivoluzione che pare destinato a diventare e al momento funziona solo tra inglese, spagnolo e mandarino. Ma Frank Soong, il padre dell’invenzione, sostiene che sarà possibile tradurre tra le 26 lingue supportate dalla Microsoft Speech Platform.

Per sviluppare il nuovo traduttore Soong si è servito di strumenti già esistenti. Per prima cosa un software di riconoscimento vocale, poi un sistema di traduzione automatica (in questo caso è stato usato Bing), uno che trasformi la voce in testo scritto e un altro ancora che riporti in voce il testo così ottenuto.

Detta così suona piuttosto semplice. Ma il passo in avanti è che il dispositivo è ora in grado di riconosce una voce specifica e riprodurla in tempo reale. Quello che sentirai è quindi la tua voce che parla una lingua diversa dalla tua, una lingua che non conosci né hai mai studiato. L’invenzione si sta sofisticando, tanto che il traduttore vocale universale riesce a riprodurre l’intonazione della voce di chi parla con tanto di inflessione e accento.

Il risultato è ancora abbastanza rozzo. Non è chiarissimo il motivo per cui il dispositivo debba mantenere l’accento e l’inflessione di chi parla, visto che lo scopo finale è farsi capire chiaramente da chi ascolta. E non è neanche chiarissimo in che modo si intenda mantenere l’intonazione di chi parla, dal momento che, tanto per fare un esempio, l’intonazione di una domanda in lingua italiana non è la stessa di una domanda in lingua inglese.

A parte qualche lato ancora oscuro, l’esperimento sembra promettere bene. Al momento è ancora necessario ‘addestrare’ il traduttore a riconoscere la voce dell’utente, così da poterne creare un modello da riutilizzare durante il processo di traduzione automatica. L’operazione dura circa un’ora, durante la quale il traduttore viene allenato a capire l’utente.

Ciò che sembra piuttosto chiaro è che una volta risolto lo scoglio iniziale dell’addestramento, potrebbe aver luogo una vera e propria rivoluzione nella comunicazione. È facile immaginare, ad esempio, che il software possa diventare una comune applicazione per smartphone, il che renderebbe possibile a persone di diversa provenienza comunicare tra loro senza conoscere l’uno la lingua dell’altro. Ma soprattutto senza l’aiuto di gesti, dizionari o interpreti.

La morte della traduzione? La fine del fattore umano? Tutt’altro, anzi. Forse la sola traduzione che avrà veramente senso affidare ad un ‘traduttore umano’ sarà quella che ha il compito di veicolare un messaggio che va al di là della mera informazione, del dato fine a se stesso. Esiste una traduzione che deve saper veicolare un tono, uno stile personale, una poetica, un sentimento, ed è la traduzione letteraria. Una macchina in grado di restituire intatta l’emozione di un poeta, infatti, deve ancora essere inventata.

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