Esteri e Difesa: il pasticcio dei marò

By Redazione

marzo 14, 2012 politica

La tragica morte di Franco Lamolinara ad opera dei suoi sequestratori in Nigeria, e le polemiche con Londra che ne sono seguite, hanno costretto il ministro degli Affari esteri, Giulio Terzi, a riferire in Parlamento anche sui fatti e le circostanze che hanno portato alla detenzione dei nostri due marò nelle carceri del Kerala. Il riserbo cui si è attenuto fin qui il ministro era, ed è, comprensibile riguardo i negoziati in corso con le autorità indiane, ma non sulla ricostruzione delle prime ore della crisi. Una ricostruzione, quella finalmente fornita dal ministro, che scagiona la Farnesina in merito alla “consegna” dei nostri marò alle autorità indiane (si è trattato di un vero e proprio arresto, al quale la nostra diplomazia ha tentato di opporsi); che chiama in causa – quanto meno per ingenuità – la Difesa; ma che soprattutto porta alla luce per la prima volta in tutta la sua gravità il comportamento indiano, rendendo così ancor più evidente l’inadeguatezza della risposta del governo italiano.

Sono due i dettagli emersi rispetto a quanto già sapevamo, ma di grande rilevanza. Terzi ha chiarito la vera natura dell’«azione coercitiva» messa in atto dalle autorità indiane nei confronti dei nostri marò: sono stati costretti a scendere dalla “Enrica Lexie”, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sotto la minaccia delle armi. In particolare, riferisce il ministro, «oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana sono saliti a bordo per prelevarli e portarli a terra sotto la custodia della polizia locale». Un’azione di forza, dunque, che solo per il senso di responsabilità dei nostri militari non è sfociata in un conflitto a fuoco. Crediamo di capire il perché della reticenza del ministro. Si tratta di un particolare di una gravità estrema, che rivelato ufficialmente nelle prime ore avrebbe destato certamente un moto di indignazione molto più forte da parte nel nostro Paese, richiedendo una reazione molto più dura da parte del governo.

Riguardo l’altra questione controversa, l’ingresso del mercantile nelle acque territoriali indiane, e quindi in porto, Terzi conferma che è stato ottenuto con «un sotterfugio della polizia locale, in particolare del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della nave di dirigersi verso il porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati». Ed ecco il secondo aspetto emerso dalle comunicazioni del ministro: l’ingenuità della Difesa. Il comandante della nave ha deciso di accogliere la richiesta indiana, ovviamente su autorizzazione dell’armatore, ma «il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non hanno avanzato obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane». «Da ministro degli Affari esteri – si giustifica Terzi – non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante». Eppure, resta difficile credere che in presenza di un parere contrario, che fosse stato espresso congiuntamente da Esteri e Difesa (tenute costantemente aggiornate sugli sviluppi), il comandante della “Enrica Lexie” avrebbe ugualmente insistito per accogliere le richieste indiane. L’ingenuità del comandante e dell’armatore si può perdonare, ma dei comandi militari, che non hanno fiutato la trappola, molto meno.

Ieri mattina il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, ha confermato al Copasir la versione del ministro Terzi: le autorità indiane hanno attirato con l’inganno il mercantile “Enrica Lexie” nelle loro acque territoriali e nel porto di Kochi, e costretto due dei nostri militari a scendere sotto la minaccia delle armi. Non sembra da escludere, inoltre, che l’«azione coercitiva» abbia avuto inizio già in acque internazionali, anche se all’insaputa dell’equipaggio e del nucleo della Marina militare a bordo. Il legale dell’armatore, infatti, riferisce che dopo la finta richiesta di collaborazione inoltrata dalle autorità indiane un elicottero ha cominciato a sorvolare la “Enrica Lexie”, mentre il radar segnalava la presenza di due motovedette ai suoi lati. Uno dei pochi a rendersi conto della gravità delle rivelazioni di Terzi in aula è Arturo Parisi (Pd), ex ministro della Difesa: «Non si può, come ha fatto il ministro, riconoscere e denunciare l’arresto dei nostri fucilieri di marina come un vero e proprio sequestro di Stato operato grazie ad un raggiro, senza che da questo ne derivino atti conseguenti… non si può descrivere, come se fosse un inciso, la loro sottrazione come un sequestro perpetrato da un Paese amico e allo stesso tempo riconoscere l’impotenza del nostro Paese». «Ribadita la necessità di misurare le parole, e la nostra comprensione verso le difficoltà nell’azione del governo – ha aggiunto Parisi – non è tuttavia possibile chiudere gli occhi di fronte alla gravità della nostra debolezza».

Ora sappiamo che da parte indiana ci fu malafede, un’imboscata, una vera e propria aggressione militare ai nostri marò. A maggior ragione, proprio per la gravità di tale comportamento, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo – «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell’intero Stato del Kerala», riconosce lo stesso ministro Terzi – la reazione del nostro governo appare oggi ancor più inadeguata, molle, di quanto non sia apparsa in queste settimane. Avrebbe dovuto essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l’ipotesi di una missione di recupero.

La maggior parte dei parlamentari e degli osservatori punta l’indice sulle norme che regolano l’impiego di militari sui nostri mercantili in funzione di scorta anti-pirateria, in particolare sul fatto che si trovano sottoposti alle decisioni del comandante della nave. Alla luce di quanto emerso, norme e convenzioni possono certamente essere migliorate, e forse basterebbe perfezionare le comunicazioni tra il comandante da una parte e Difesa e Farnesina dall’altra, ma nel valutare la vicenda non si possono tacere due elementi chiave: l’ingenuità con cui le autorità italiane, e in particolare la Difesa, sono cadute nella trappola indiana; e l’inadeguatezza della risposta iniziale messa in campo dal nostro governo, assolutamente non commisurata alla gravità del comportamento indiano, equiparabile ad un atto di aggressione armata.

Oltre all’esito dell’esame balistico, sarà decisiva la sentenza sulla giurisdizione del caso. Nel frattempo, si svolgeranno le elezioni locali e verificheremo se era davvero la contesa politica a condizionare, irrigidendolo, l’atteggiamento delle autorità indiane. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall’eventuale, e auspicabile, scagionamento dei due marò.

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