Sgridare Assad non basta più

By Redazione

marzo 13, 2012 Esteri

“Purtroppo sembra ci si stia muovendo tra due estremi, dove 100 e l’intervento militare e 0 è quello che si sta facendo ora. Ma tra zero e cento ci sono tante cose da fare”. Lo dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, riferendosi alla crisi siriana e alla latitanza della comunità internazionale. Ed è lo stesso Noury, al telefono con Notapolitica, a sintetizzare così la situazione a Damasco e gli errori della comunità internazionale: “C’era tempo per trovare una soluzione prima che la gente in Siria si scocciasse di essere ammazzata offrendo fiori ai militari. Quando continui ad ammazzare gente disarmata, alla fine metti le armi in mano a quelli che non hai ancora ammazzato”

Noury, ma è davvero ancora possibile esercitare un qualche tipo di pressione diplomatica sul regime di Assad senza paventare l’uso delle armi?
Se la pressione è esercitata con credibilità e autorevolezza, sì. Soprattutto per quanto riguarda l’autorevolezza, il principale paese che deve essere chiamato in causa è la Russia. Forse una pressione davvero efficace può essere fatta se si convince Mosca ad aderire ad una soluzione comune, piuttosto che portare avanti un diritto di veto che negli ultimi 12 mesi ha pregiudicato ogni tipo di soluzione. La seconda strada da percorrere credo possa essere, da parte del segretario delle Nazioni Unite, una richiesta molto forte di fermare l’offensiva militare. Vedo queste due strade per una soluzione nel breve periodo, ma immagino comunque che da un punto di vista politico la persuasione che può esercitare la Russia sia maggiore.

Amnesty propone di congelare i beni di Assad e del regime all’estero. Una strada percorribile anche senza la Russia.
Ci sono certamente una serie di opzioni che prescindono dalla Russia. Da un punto di vista politico, però, la più efficace sarebbe convincere Mosca ad abbandonare la sua posizione di appoggio acritico ad Assad. Le altre opzioni, tra cui il congelamento dei beni patrimoniali, si possono certamente fare e in parte l’Unione Europea ha già fatto qualcosa del genere. Ma parte del consiglio Onu dei Diritti Umani c’è un’altra carta importante da giocare: quella di prorogare i termini e il mandato della commissione internazionale di inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria. Un obiettivo che stiamo cercando di perseguire adesso, visto che il tentativo di portare Assad e il dossier siriano nelle mani del Procuratore della Corte Penale Internazionale non va avanti, sempre per l’ostacolo posto da Russia e Cina.

Avete chiesto anche un embargo delle armi. Pensate davvero sia realizzabile, alla luce del ruolo giocato dall’Iran, ancor più difficile da convincere di Russia e Cina?
L’embargo delle armi fa parte del “set” di richieste che Amnesty fa da sempre. Il tempo per l’embargo, però, è scaduto. Lo usiamo come esempio terribilmente negativo per dimostrare quanto sarebbe importante avere un trattato internazionale sul commercio delle armi. Ormai le armi in Siria ci sono, ne sono arrivate dalla Russia in passato, arrivano anche agli insorti, e le manda l’Iran al governo. Non si può rastrellarle, portarle via e distruggerle. Ma si può ancora pretendere che non vengano usate.

Dopo l’inutile vertice di Tunisi, e caduti nel vuoto gli appelli della Lega Araba, quanto a lungo andrà ancora avanti questa situazione di stallo?
Sono abbastanza pessimista, soprattutto alla luce di tutto il tempo che è passato. Tempo nel quale si poteva trovare una soluzione efficace di natura politica, che avrebbe evitato migliaia di morti e decine di migliaia di profughi. C’è un’ostinazione ereditaria, di padre in figlio, nel non avere a cuore il numero di vittime che la repressione può causare. Non c’è uno scrupolo, non c’è un’esitazione: lo ha dimostrato il padre Hafiz e lo sta dimostrando il figlio Bashar in questo periodo di offensive militari. Mi preoccupa anche il fatto che da parte della comunità internazionale ci sia questa oscillazione tra due estremi: l’intervento armato e il non fare nulla in nome dell’idea che le colpe siano un po’ di tutti, tanto di Assad quanto degli insorti. Sono scenari già visti. Dall’altra parte, quando si comincia a dire che l’intervento militare è l’unica soluzione è come ammettere che c’è stato il fallimento totale di tutte le altre soluzioni. E di questo fallimento la comunità internazionale dovrà assumersi la responsabilità, nel malaugurato caso in cui si deciderà per l’intervento armato.  

Crede che la titubanza della comunità internazionale sia dettata dal timore di un allargamento del conflitto? Nello scenario libico è stato facile fin da subito individuare il “cattivo” di turno. Adesso sembra di no.
La comunità internazionale di solito opera delle scelte di opportunismo, legate ad un principio di stabilità. Finché Gheddafi era un elemento di stabilità tutti hanno appoggiato Gheddafi, quando ha cessato di esserlo tutti l’hanno scaricato. In Siria, dove peraltro è evidente ci siano minori interessi economici e maggiori preoccupazioni di tipo strategico-militare, credo che Assad sia ancora, se non altro, il nemico conosciuto. E secondo un principio di conservazione e ricerca della stabilità, il nemico conosciuto è sempre meglio di quello ignoto. 

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