Pagliarani, poeta beat

By Redazione

marzo 13, 2012 Cultura

È forte l’odore della civiltà industriale. Lo senti, mentre vedi il fumo uscire dalle tubature della fabbrica. E involarsi. Lo senti quando fai shopping per le strade del centro e l’aria è molle e il cielo opaco e somiglia a un senso di frustrazione. Lo senti anche quando ti imbatti ne “La ragazza Carla”: ti ritrovi a vagare per le strade di Milano, nel Secondo dopoguerra. Accanto a te c’è Carla, un’adolescente che sta diventando donna: è un po’goffa e studia dattilografia, abita con sua madre che fa la pantofolaia, in una casa di fortuna, piuttosto affollata.

“La ragazza Carla” è un poemetto pubblicato in volume nel 1962, scritto da uno dei più importanti poeti del Novecento, Elio Pagliarani. Nato a Viserba, una frazione di Rimini, il 25 maggio 1927, Pagliarani si è spento l’8 marzo, giovedì scorso all’età di 84 anni. Insegnante, membro del Gruppo ’63, insieme a Sanguineti, Manganelli, Balestrini e altri, ha collaborato con riviste quali “Officina” e “Il Menabò” ed è stato redattore di “Paese sera” e dell'”Avanti”, insieme a Walter Pedullà. Ma Pagliarani è stato soprattutto un grande poeta.

“La ragazza Carla”, oltre ad essere la sua opera più famosa, è quella in cui si avverte maggiormente l’incombere della civiltà industriale, gli stridori delle sue macchine, gli odori dei suoi gas tossici. La Milano del Secondo dopoguerra, non funge da mera cornice alle vicende di Carla che in quell’ambiente compie il suo percorso di crescita; Milano è qualcos’altro: è una parte di Carla, è un luogo della sua anima, è l’epifania dei suoi detriti psichici. Non è proiezione disentimentima, esattamente al contrario, proiezione di ciò chenon sisente: il suo inconscio. Milano è tanto fuori quanto dentro di lei.

Carla è solo uno dei personaggi creati da Elio Pagliarani: gli studenti goliardi delle scuole serali di “Cronache e altre poesie”, gli uomini del Sud – ma anche del Nord – sfruttati, gli scrittori di “Lezione di fisica”, i tassisti, le prostitute, l’animatore che diventa lenone de “La ballata di Rudi”. Sono personaggi anticlassici e attengono almonstrosum, a ciò che è polimorfo, diverso, vittima della furia degli dèi. Orazio nella sua “Ars poetica” bandiva dal mondo del Bello gli esseri deformi, incoerenti, come i centauri e le sirene, nati “dai sogni di uno con la febbre”. Ma Carla è una sirena: è un’adolescente che cerca la strada per calarsi nella realtà, per accedervi, inserendovisi. Carla compie il suo processo di crescita a prezzo di traumi e di sofferenze.

Dal pessimismo candido di Pagliarani emergono personaggimonstrosi: sono gli umili, gli sconfitti, i veribeatdella storia del Novecento. Mentre Kerouac rifiutava sdegnosamente l’aggettivo “beat”, dicendo: “Beat vuol dire beato, non battuto”, non v’è beatitudine per i personaggi di Pagliarani che sono, al contrario, irrimediabilmentebeat. Quibeatnon ha niente a che fare con battito, passione, ribellione: questi personaggi non fanno uso di alcool e di marijuana, non ascoltano il jazz e non vogliono cambiare nulla del mondo. Sono sconfitti e senza alcun impeto di rivolta, anzi sono invischiati nel sistema sociale, in cui ciascuno recita meccanicamente il proprio ruolo. Essi si muovono in una landa fatta di “boschi di cemento”, dove il cielo non è una vertigine profonda in cui scomparire, ma, con la sua opacità, un coperchio che opprime: “È nostro questo cielo d’acciaio che non finge/ Eden e non concede smarrimenti,/ è nostro ed è morale il cielo/ che non promette scampo dalla terra,/ proprio perché sulla terra non c’è/ scampo da noi nella vita” (“La ragazza Carla”).

Sono vinti dalla vita, è vero, ma sopportano la vita e, alla fine, alla vita sopravvivono. Nel loro grigiore che ha l’odore della routine, della trasandatezza, cemento, menta, alienazione, essi sono dei germogli di fortezza e di speranza. Sembrano tutti ripetersi il verso che chiude “La ballata di Rudi”: “Ma dobbiamo continuare come se non avesse senso pensare che s’appassisca il mare”. Sono eroi, eroi della quotidianità. Eroibeat.

La lingua deibeatè colloquiale, non è privata dei termini più coloriti: essa insieme alle loro storie impoetiche si scontra con il verso a volte libero, a volte riconducibile a metri tradizionali. “La ragazza Carla” è infatti popolata da una confusione di voci, in cui fa capolino un coro di cittadini che si intromette con frasi smozzicate, lasciando il discorso inconcluso. Questo tipo di “polifonia” apre lo spazio a diversi punti di vista: di Carla, dell’amico che ci ha provato con lei, della famiglia, del narratore.

La comunicazione di un senso preciso resta, per questo, compromessa e il significato viene appena accennato, mentre la parola scavata è nella pagina, aperta ad altri significati determinati dal tempo e dallo spazio del lettore.  I racconti procedono per scarti e per scosse, da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, senza preavvertimenti. Pagliarani è riuscito a creare un discorso frammentato ed eterogeneo grazie alla tecnica del montaggio, una combinazione di elementi diversi che rende disorganica l’opera, soggetta a inaspettati sismi, a fratture logiche e del ritmo. Le linee di rottura non sono dissimulate ma, anzi, evidenziate, potenziate fino a produrre un senso di straniamento: leggendo “La ragazza Carla”, ad esempio, si sente, oltre all’odore della città industriale, il suono stridente dei macchinari dell’industria e delle parole. Sì, anche le parole assordano.

L’opera di Pagliarani è testimonianza del tentativo di sporcare la poesia, di portarla al di fuori del suo cerchio magico e simbolico. La poesia di Pagliarani, col suo “realismo espressionistico”, è in fondo testimonianza di un sognatore. Di un uomo che, un po’ come Carla, ha tentato, con fatica, di calarsi nella realtà, ma lo ha fatto sognando, con lo strumento che meno si addice alla terra e più di tutti anela alle nuvole: la poesia. «Non sono io/ che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica/ la vita.(…) Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di/ coabitare/ con me la mia faccia la mia pancia/ anche in noi c’è dentro la voglia/ di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto(…)» (“Lezione di fisica”).

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