Il mesto tramonto dei partiti

By Redazione

marzo 13, 2012 politica

Diciamocelo una volta per tutte. Anche a costo di dispiacere ai nostri amici che ci sperano ancora e rallegrare i loro nemici che non aspettano altro. E soprattutto diciamolo a noi stessi: i partiti, che hanno dominato questa lunga e inconcludente stagione politica, si avviano verso un mesto tramonto. Certo, la politica è in crisi per colpa della tecnocrazia che cerca di sostituirsi ad essa, screditandola e indebolendo le democrazie. Ma anche perché, come ha detto Piero Pelù che è un cantante e non un politologo, “nulla è più antipolitico dei nostri politici”. E allora, per evitare di fare troppa teoria, in un paese in cui tutti si credono Ct della Nazionale o Presidenti del Consiglio, provo a vestire i panni degli attuali leader di partito per capire se possono liberarsi di qualche zavorra in un atto di disperato coraggio.

Se io fossi Alfano accetterei anche di cambiare inno e nome al Pdl, va bene; ma proverei pure a cambiare qualcosa di serio per non rischiare di rimanere da solo a cantare e a sventolar bandiere. Ora che, nel pieno delle bagarre congressuali che stanno dilaniando il partito e a pochi mesi dalle amministrative che si preannunciano devastanti, ho incassato il “pieno sostegno” anche da Iva Zanicchi, potrei iniziare a liberarmi di quella polverosa nomenclatura che mi sta imbalsamando. Io so di essere la figura più presentabile nell’attuale scenario politico, per questo devo staccarmi velocemente da vecchi colonnelli, faccendieri e politici bolliti, per saldarmi con figure nuove, presentabili e competenti. Investire in loro, sapendo che anche loro, investendo in me, investiranno nel cambiamento del nostro futuro e non nella conservazione del loro passato. L’alternativa è fuori dalla Champions League.

Se invece fossi Bersani, dopo l’ennesima figuraccia di Palermo, mi libererei di me stesso e lascerei tutto in mano a Matteo Renzi, l’unica novità che la sinistra ha partorito in vent’anni di ossessione antiberlusconiana. O al massimo a Enrico Letta, una personcina così perbene che sa leggere e scrivere; sopratutto scrivere, come ci ha fatto vedere Monti. Comunque mi toglierei di mezzo perché ora che ho capito che le primarie “non sono un pranzo di gala”, devo evitare di essere mangiato in un sol boccone.

E se fossi Casini mi libererei di quei sarcofaghi di Fli che mi trascino dietro un po’ per sbaglio e un po’ per furbizia. E insieme a Rutelli, che è un politico molto più dignitoso dei risultati che ha conseguito, proverei a riagganciarmi al filo che mi unisce naturalmente al popolarismo europeo, incontrando i vecchi compagni di strada che ho lasciato per orgoglio più che per convinzione. Per me sarebbe tragico non essere morto democristiano e poi morire “terzino” con Fini e Bocchino.

Se fossi Bossi, mi libererei della Padania, mito incapacitante per i padani stessi e lascerei a Bobo Maroni l’onere di costruire una forza nazional-federalista  libera di intrecciare i grandi temi politici (come l’uscita dall’euro) con il radicamento territoriale. Perché l’Europa dei popoli e delle nazioni è l’unica forza che spaventa il Leviatano di Bruxelles, mentre la Padania è solo un concorso di bellezza o un giro ciclistico.

Se fossi Di Pietro inizierei a pensare alla mia vecchiaia perché, una volta archiviata la stagione del berlusconismo, l’uso furbesco della giustizia su cui ho basato tutta la mia carriera di magistrato e di politico è destinato a essere liquidato. Urge una riconversione industriale del mio business. Il rischio è ritrovarmi come i venditori di ghiaccio quando inventarono i frigoriferi.

Infine, se fossi Vendola, continuerei a fare quello che sto facendo: costruire una poetica dell’impolitica, una narrazione utopica e fuori dal tempo, non per governare ma per fare un  po’ di casino e raccontarci che “un altro mondo è possibile”. Ovviamente anche peggiore di questo.

Ma purtroppo, o per fortuna, io non sono loro e continuo ad osservare con malinconia questa politica sconfitta senza onore da forze spietate. Per quelli come me, senza più illusioni, oggi la politica è come la stagione dell’amore di Battiato: “viene e va”. Questa è andata e non resta che aspettare che “un altro entusiasmo ci faccia pulsare il cuore”.

(blogdellanarca)

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