Marine in tilt a Kandahar

By Redazione

marzo 12, 2012 Esteri

Stavolta non basteranno le scuse telefoniche del presidente Barack Obama al suo omologo afgano, Hamid Karzai, giunte subito dopo la strage di donne, bambini e anziani compiuta nel cuore della notte in due villaggi nei pressi di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan. Una carneficina che pesa come un macigno sia per la crudeltà dell’azione compiuta e il numero di vittime provocato (16 finora accertate, tra cui 9 bambini e 4 donne), sia perché infierisce sullo stato di salute già cagionevole degli Usa. Non è chiara la dinamica dei fatti. Fonti dirette parlano di un unico responsabile, mentre altre riferiscono di “gruppo di soldati ubriachi”. Un raptus omicida? Un raid preparato ad arte? Le indagini saranno avviate al più presto, come lo stesso Obama ha tenuto a precisare nel comunicato stampa diramato dalla Casa Bianca nella giornata di domenica. E’ evidente come la complessa missione Isaf giunta al suo decimo anno di vita cominci a mostrare i primi segni di affaticamento.

Per il momento, la tesi più accreditata per spiegare la brutale esecuzione compiuta nella notte tra sabato e domenica è “follia omicida”. Il termine medico più indicato per spiegare “un raptus di queste proporzioni” è post traumatic stress disorder (Ptsd), meglio conosciuta come “sindrome post traumatica da combattimento”. Con la fine della guerra in Iraq e in seguito alla fase di transizione in Afghanistan, circa 300.000 soldati ne sono risultati affetti.

Vi è di più: il tasso di suicidi tra i soldati impiegati  in azioni di combattimento ha raggiunto livelli senza precedenti e continua a crescere. Una recente stima pubblicata su “Army Times”, indica come negli ultimi anni il numero dei suicidi sia aumentato in maniera esponenziale: una media di 18 al giorno. A questo si aggiunge l’elevato numero di militari rientrati dal fronte di guerra, divenuti incapaci di reintegrarsi nella società e ricominciare laddove la loro vita si era interrotta.  Si stima che negli Usa vi sia il più alto numero di reduci di guerra affetti da sindrome da stress post – traumatico; soprattutto tra coloro che hanno fatto ritorno dalle missioni in Iraq e Afghanistan (40%). Questi ultimi non possono fare a meno di portarsi la guerra a casa, contagiando le loro famiglie oppure assimilandone gli effetti distruttivi sotto forma di tossicodipendenze, abusi e perfino omicidi.

Un’inchiesta del New York Times del 2009, ha mostrato che in otto anni di guerra si sono registrati 349 casi di omicidio. Un terzo delle vittime è rappresentato da membri della famiglia: mogli e fidanzate in vetta, ma anche figli e altri parenti. Assai diffusi anche gli omicidi tra commilitoni (25%).

Nella maggior parte dei casi, numeri e statistiche non sono aggiornati. Queste falle sono imputabili in parte al Pentagono, che non compila statistiche sugli omicidi compiuti dai veterani di guerra, in parte al fatto che i processi, generalmente, si svolgono in tribunali civili a livello statale. Neppure il Dipartimento di Giustizia di Washington possiede dati ufficiali. Ma le percentuali rese pubbliche, nonostante le difficoltà, suscitano timori: con l’inizio della guerra in Afghanistan, i crimini e gli omicidi tra i veterani di guerra hanno sfiorato l’89%.

Uno studio condotto da una speciale task force della sanità militare stima che il 38% dei soldati e il 31% dei marine sono affetti da Ptsd.

Ma che cosa è il Ptsd? E quali sono i sintomi più diffusi? Pur non essendo ricompresa nel novero delle malattie riconosciute dalla scienza, la sindrome è in ogni caso riconducibile ad un disturbo di tipo psicologico. Essa si manifesta attraverso forme di ansia generiche, amplificate da circostanze fortuite e contingenti una volta fuori dal circo bellico. Molti dei reduci rimpatriati vivono in un perpetuo stato di allerta legato alla paura e al pericolo. Rimanere feriti sul campo di battaglia o aver assistito alla morte di un commilitone sono eventi traumatici difficilmente arginabili da un punto di vista psicologico.

Per lungo tempo, fino ai recenti interventi militari in Iraq e Afghanistan, non si è parlato di Ptsd. Ai tempi della Guerra civile, la sindrome veniva chiamata “il cuore del soldato”. Soltanto con la guerra in Vietnam si è giunti ad elaborarne una definizione più precisa.  Negli anni ’70 circa tre milioni di reduci fecero rientro alle loro case;  il 25% di loro manifestava disturbi psichici di maggiore o minore intensità. Tuttavia, occorre attendere un decennio prima che si possa parlare  “sindrome post traumatica” introdotta perfino nel “Dsm IV”, manuale diagnostico psichiatrico.

Sulla base di quanto detto, il fronte di guerra afgano è da considerarsi un nuovo Vietnam? Il paragone è azzardato, ma in un’intervista pubblicata ieri su un quotidiano italiano, il consigliere della Casa Bianca Bruce Riedel, non esclude questa opzione. Alla domanda se  si sia tornati alla sindrome del Vietnam, il consigliere ha risposto senza mezzi termini: “Proprio così, il fantasma del Vietnam aleggia sopra l’Afghanistan fin dal primo giorno. È un tratto costante del conflitto, da dieci anni”. Come allora, anche nei due teatri di guerra contemporanei manca un fronte delineato, senza il quale è difficile stabilire chi sia amico e chi no, mancando una zona realmente sicura. Certamente, l’assenza costante di sicurezza in scenari di conflitto può provocare panico e paura, ma non è una giustificazione per atti di inumana crudeltà.

Non è la prima volta che si verificano episodi di violenza inaudita e ingiustificabile da parte dei soldati Usa ai danni dei civili afgani: la strage di Shinwar (marzo 2007), la caccia all’afgano tra gennaio e maggio 2010, l’oltraggio dei corpi dello scorso 11 gennaio. Fino ad arrivare al Corano dato alle fiamme lo scorso febbraio. L’uccisione di sedici civili, tra cui donne e bambini massacrati e poi bruciati, renderà la gestione della missione Isaf ancora più complicata. Gli Usa dovranno temere una recrudescenza di attacchi nei confronti delle forze Nato. Obama tenere conto di possibili ripercussioni sul piano di ritiro delle truppe, fissato per il 2014.

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