Ieri pirati, oggi monopolisti

By Redazione

marzo 11, 2012 politica

Il suo processo si celebrerà in Nuova Zelanda il prossimo agosto, ma il polverone sollevato dall’arresto di Kim Dotcom (all’anagrafe Kim Schmitz), accusato di violazioni di copyright, furto di proprietà intellettuale e riciclaggio di denaro, non sembra essersi placato. Al fondatore di Megaupload e ai suoi tre dipendenti è stato concesso di uscire su cauzione. Al momento Kim Dotcom è in libertà vigilata, il suo passaporto è stato ritirato per evitare che lasci il paese e gli Usa ne hanno ufficialmente chiesto l’estradizione, per poterlo processare in terra americana.

E mentre Dotcom attende il processo con un dispositivo elettronico per monitorarne gli spostamenti, da un lato, si stringe il cerchio intorno alla libertà in rete e alla diffusione illegale delle opere multimediali, dall’altro si fa sempre più folta la schiera di coloro i quali considerano ormai obsoleta la legislazione sul diritto d’autore. Sul tema si è aperto un dibattito globale che registra al suo interno posizioni decisamente radicali.

Una delle voci più rivoluzionarie è quella di Rick Falkvinge, lo svedese fondatore del primo Partito Pirata, che attraverso il suo blog difende e diffonde le posizioni dei detrattori più accaniti del copyright. Falkvinge è anche editorialista per TorrentFreak e nel suo intervento dello scorso 5 marzo spiega come, nel corso della storia, la creatività si sia sviluppata e abbia trovato terreno fertile soprattutto in di assenza di monopoli incaricati di vigilare sul diritto d’autore e sui brevetti o in contrasto ad essi. La tesi che Falkvinge sostiene è che i monopoli che oggi spingono per un inasprimento delle legislazioni in materia di proprietà intellettuale, non sarebbero mai diventati i colossi che sono oggi se al tempo in cui fiorirono fossero state vigenti quelle stesse regole per le quali si battono con tanta decisione.

A sostegno della sua tesi, Falkvinge riporta diversi esempi di colossi industriali in prima linea nella difesa della proprietà intellettuale. Tra questi, uno fra tutti è l’esempio della svedese Ericsson, che quando fu fondata produceva una cuffia che violava apertamente un brevetto della tedesca Siemens, “o almeno” – scrive – “lo avrebbe violato oggi, con le attuali leggi sui monopoli. Una compagnia norvegese poi copiò a sua volta Ericsson. Non importò a nessuno. Oggi […] Ericsson non sarebbe andata oltre la prima telefonata. Eppure Ericsson è uno dei giganti che spingono per avere leggi sui monopoli più restrittive”.

Stesso discorso vale per l’industria cinematografica hollywoodiana. Il cinema scappò da New York per sfuggire al monopolio di Thomas Edison e si insediò dall’altro capo degli Stati Uniti, dove si è sviluppato nel modo che tutti conosciamo. Eppure anche la grande distribuzione cinematografica oggi preme per la lotta alla diffusione indiscriminata delle opere che produce, in aperta violazione del copyright. La parola d’ordine è sopravvivere e mantenere più a lungo possibile la posizione di preminenza che questi colossi hanno acquisito nel tempo e che non intendono perdere, con buona pace del sostegno alla creatività e all’innovazione. 

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