Dopo Bossi che farà la Lega?

By Redazione

marzo 11, 2012 politica

Un network europeo dell’ultradestra conservatrice, cristiana e nazionalista, ispirato a grandi linee all’ideologia politica espressa dalla candidata all’Eliseo Marine Le Pen. Sarebbe questo il “sogno proibito” dell’eurodeputato leghista Mario Borghezio per il dopo-Bossi.

Non ci si stupisca se l’uomo che è considerato il pasdaran dei temi scomodi del Carroccio ipotizzi un proprio futuro smarcandosi dal vessillo di Alberto da Giussano. La debolezza fisica del Senatùr sta incidendo anche sulla sua capacità di esercizio di leadership interna. Lasciando aperte le gabbie finora ben contingentate della miriade di particolarismi che sono da sempre vissuti in quella galassia di movimenti riunita, alla fine degli anni ’80, sotto le insegne del Carroccio.

I rumors vogliono che Borghezio l’abbia confessato più di una volta ai suoi fedelissimi, ma che dopo l’entusiasmo iniziale il progetto di ampio respiro sia stato momentaneamente messo da parte. In attesa, forse, di vedere che cosa riuscirà a combinare la reazionaria transalpina, che lavora sodo per diventare al secondo turno delle presidenziali francesi la vera anti-Hollande, a scapito di un Sarkozy bersagliato dalle uova degli ex-elettori aquitani e dal generale calo di consensi. O, più probabilmente, in attesa di vedere quale piega prenderà la Lega Nord tra i recenti scandali giudiziari, il calo di autorevolezza del Senatur, le correnti in dissidio e le silenziose lotte intestine per accaparrarsi la successione.

L’idillio politico tra Borghezio e la leader del Front National non è certo una novità. I due si sono trovati più volte nel recente passato a condividere le medesime posizioni: identitarie, antieuropeiste, anti-islamiche. L’ultima volta è stato nel marzo del 2011, quando entrambi si sono recati a Lampedusa per toccare con mano la realtà degli sbarchi dei clandestini e chiedere all’Europa una mano ferma sul fronte dei respingimenti.  

Ma non c’è solo Borghezio. È l’Indipendenza uno dei simboli più evidenti che qualcosa nel partito si sta sfaldando. Il battagliero quotidiano online diretto da Gianluca Marchi (primo direttore della Padania) e coordinato da Leonardo Facco nasce dall’esperienza di chi nella Lega ci è stato e ne ha condiviso tante battaglie. Per poi decidere di andarsene, sbattendo la porta. Non viene meno l’amore per il nord, non sfumano le tematiche centrifughe rispetto al governo romano. Ma non è la Lega che si può far portatrice di tali istanze nei palazzi romani, né, tantomeno, nel territorio. Non più. È proprio Facco a firmare “Umberto Magno“, uno scomodissimo pamphlet sul Senatùr, definito nel sottotitolo “l’imperatore della Padania”.

Nel presentarlo al pubblico, l’editore (Aliberti) spiega come si tratti de “la vera storia di Umberto Bossi, capo assoluto della Lega Nord”. Raccontata “da un intellettuale che per quindici anni ha creduto nelle battaglie del Senatùr, seguendo un fallimento dietro l’altro, scoprendo bugie a ripetizione, fino a rendersi conto che la Lega altro non è se non un’azienda rigorosamente a disposizione del proprio leader”. Negli anni si sono susseguite accuse e contro accuse sui motivi che hanno spinto Facco ad attaccare frontalmente il leader del Carroccio.

Rimane il fatto che c’è un mondo vitale di quadri intermedi e di pensatori che hanno a lungo indossato la camicia verde che sottolineano un profondo disagio per come sono state gestite le cose a via Bellerio. E mettono all’indice la romanizzazione del partito, che, tanto nella capitale quanto nelle amministrazioni locali, ha sempre più puntato alla sistematica occupazione delle poltrone che contano, accantonando man mano le battaglie identitarie.

Piccoli smottamenti, che si limitano a poche menti vivaci e ribelli. Ma che, nelle modalità del distacco, ricordano in piccolo il progressivo scollamento tra i maroniani e il famigerato cerchio magico bossiano. Certo, Roberto Maroni non è mai arrivato a definire la Lega come “un’azienda rigorosamente a disposizione del proprio leader”, come sostiene Facco. Ma “la” questione di una gestione deteriormente gerarchizzata, se non familistica, è al centro del feroce scontro di potere tra Bossi e il suo delfino.

Non è un caso che attorno a Maroni si siano stretti moltissimi amministratori locali, a partire dai potenti governatori di Piemonte e Veneto, Roberto Cota e Luca Zaia, fino ad arrivare al sindaco scaligero Flavio Tosi, di giorno in giorno sempre più protagonista delle cronache nazionali. Al contrario, intorno all’anziano leader si sono stretti quelli che sopra la camicia verde si sono abituati a portare la giacca, piacendosi nei ruoli di ministri, vicepresidenti delle assemblee parlamentari e capigruppo.

Oltre all’aspra lotta per la spartizione della torta del potere, c’è dell’altro. In molti stanno iniziando a lanciare segnali allarmati. Un partito che nel mondo operaio e dell’industria agricola nel 2008 ottenne 5 punti percentuali in più di quanto conseguito a livello nazionale (il 13% contro l’8%), non può permettersi di smarrire quel filo rosso che lo lega alla base. Rosso non solo per modo di dire, dato che l’erosione del consenso in settori tradizionalmente vicini alla sinistra politica e sindacale è stato il principale volano dell’ampliamento della base consensuale del partito. Lo evidenziano gli ottimi risultati degli ultimi anni in regioni tradizionalmente non leghiste, come le Marche e l’Emilia Romagna. Un patrimonio conquistato con il “casa per casa, strada per strada” di berlingueriana memoria, non di certo con le prebende distribuite dalla stanza dei bottoni capitolina. E che rischia, per mancanza di leadership condivisa e impigrimento sulle posizioni acquisite, di disperdersi velocemente. Il caso di Davide Boni, il (maroniano) presidente del Consiglio regionale lombardo indagato per aver intascato soldi per conto del partito, potrà offrire interessanti indicazioni su cosa la Lega vorrà fare da grande.

(l’Opinione)

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