Maroni è diventato garantista

By Redazione

marzo 8, 2012 politica

Il caso di Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia, ha aperto un vivace dibattito nella Lega, partito che più di altri ha posto l’impermeabilità alla corruzione della propria classe dirigente come tema per raccogliere consenso. L’indagine che la magistratura ha avviato sul conto del consigliere regionale, il quale sarebbe reo di aver intascato illecitamente soldi per conto del partito, ha messo in grave imbarazzo la leadership del Carroccio.

Ma se la difesa del proprio uomo era scontata da parte di Umberto Bossi – che ieri ha incontrato Boni, invitandolo a rimanere al proprio posto per non mostrare segnali di debolezza – ha destato qualche stupore la presa di posizione di Roberto Maroni. L’ex ministro dell’Interno ha affidato alla sua pagina facebook il  pensiero sulla vicenda: “Davide Boni non si tocca, la Lega non si tocca”.

Parole in parte prevedibili, ma anche in decisa controtendenza rispetto alla forte battaglia “per una politica pulita” di cui Maroni si è fatto portavoce nei mesi scorsi. Che è diventata tra i maggiori motivi di scontro tra i suoi fedelissimi e i sodali di Bossi nella grande partita per il controllo del partito. Pur non esponendosi più del necessario in prima persona – anche in funzione del ruolo ministeriale ricoperto all’epoca – la sua presa di posizione fu tra i principali fattori che condussero all’arresto del deputato del Pdl Alfonso Papa.

“Noi siamo coerenti, noi siamo per la pulizia” diceva Bobo a Silvio Berlusconi lo scorso 20 luglio, per spiegare le ragioni del voto favorevole all’arresto di Papa. Coerenza poi risultata decisiva nel far scattare le manette intorno ai polsi dell’ex magistrato pidiellino.

La stessa posizione Maroni la ribadiva a gennaio. Ancora una volta chiamata a votare sull’arresto di un suo membro, Nicola Cosentino, la Camera rimaneva con il fiato sospeso per le decisioni dell’ex ministro: “Su Cosentino non c’è fumus persecutionis. Un cittadino normale sarebbe stato in galera”. Cosentino si salvò, ma la durezza delle scelte maroniane contribuì a rendere più profondo il solco che lo separa dal Senatùr.

Perché oggi Maroni ha cambiato così nettamente idea? Lo prova a spiegare Gianluca Marchi, direttore dell’Indipendenza, quotidiano attento alle dinamiche interne al Carroccio: “L’impressione è che cerchi disperatamente di tenere unita la Lega essendo preoccupato che, sull’onda dell’emergenza, possano saltare i congressi nazionali della Lombardia e del Veneto”. Congressi dai quali, secondo Marchi, dovrebbe iniziare formalmente la scalata di Maroni alla guida del partito.

Qualche distinguo al “tegn dur” maroniano è arrivato da Flavio Tosi, sindaco di Verona, considerato politicamente molto vicino all’ex inquilino del Viminale: “Se Boni facesse un passo indietro, con questo quadro accusatorio poco chiaro, sarebbe un gesto da signore”. Ma ha anche aggiunto che “non si devono trarre conclusioni affrettate”.

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