La Cirenaica abbandona Tripoli

By Redazione

marzo 8, 2012 Esteri

Il 6 marzo circa 3 mila persone in rappresentanza di tribù e gruppi armati dell’Est, hanno respinto la legge elettorale proposta dal Cnt e dato vita, in una ex fabbrica di detersivi, al Consiglio provvisorio per la Barqa (Cirenaica), proclamando a Bengasi l’indipendenza della Cirenaica dal governo centrale di Tripoli in una cerimonia ufficiale. I rappresentanti hanno eletto un congresso regionale e ratificato la formazione di un esercito indipendente.

La motivazione di tale atto, sarebbe nel meccanismo elettorale, che assegna più spazio ai rappresentanti della Tripolitania (102 rappresentanti su 200) rispetto ai soli 60 seggi della Cirenaica all’interno del Parlamento libico nazionale in vista delle elezioni del prossimo giugno.

Nel documento in otto punti approvato a Bengasi, si parla di «federalismo» e non di indipendenza, si afferma che la Cirenaica, la regione dove si concentrano i principali giacimenti di petrolio libico, ha patito decenni di marginalizzazione per mano del regime del defunto Muammar Gheddafi. Ora la zona, che si estende da Sirte (città natale di Gheddafi) fino al confine con l’Egitto, vuole le “risorse nelle proprie mani”.

Nella dichiarazione redatta si legge che «nelle intenzioni, il Consiglio vuole marcare la propria autonomia», soprattutto in campo economico, ovvero sullo sfruttamento dei giacimenti petroliferi (le due raffinerie di Zawaytina e Sidr in particolare) e sulla destinazione degli introiti derivanti dall’export delle materie prime. Lasciando carta bianca al Cnt in tema di politica internazionale e di difesa.

La proposta sarebbe però solo formalmente autonomista. In realtà sposterebbe ad est il baricentro economico del paese rispetto alla sede politica rappresentata ad ovest da Tripoli costituendo la premessa nel medio-lungo periodo per una progressiva esautorazione del governo dell’Ovest anche sugli accordi economici-commerciali con l’Occidente e sulla redistribuzione delle quote dei compensi all’interno del paese.

Il fatto che si sia già costituto un esercito indipendente non lascia dubbi sulla natura della rivendicazione finale: i combattenti del Barqa Supreme Military Council «sono pronti a dare battaglia per la propria autonomia», ha affermato il comandante in capo, Hamid Al-Hassi, secondo Russia Today.

Anche questa volta la sfida è stata lanciata contro Tripoli e l’obbiettivo è il Consiglio Nazionale di Transizione, la piattaforma del governo post-Gheddafi con sede a Tripoli, da molti libici già giudicato, a meno di un anno dal suo insediamento, come corrotto e in forte contiguità con componenti del passato regime.

Sia ad Est che ad Ovest le tribù concordano che l’Islam (che per molti si traduce in Sharia) deve divenire la base del diritto inscritto nella nuova Costituzione, quello su cui non concordano è l’assetto politico-istituzionale del Paese non solo in termini di centralismo-decentramento dei poteri: se l’Ovest è perlopiù repubblicano, l’Est è pervaso da forti nostalgie monarchiche.

L’ex dinastia regnante dal 1951 al 1969 è nativa dell’est, i senussiti come clan, annoverano un terzo della popolazione libica tra le loro fila, la quale fin dalle rivolte dell’anno scorso si è caratterizzata dall’uso della vecchia bandiera monarchica a strisce rossa-nera-verde divenuta in seguito simbolo della rivolta e la nuova bandiera di tutta la Libia post-Gheddafi.

Il fatto che a capo del Consiglio provvisorio di Barqa sia stato nominato il pronipote di re Idris, Ahmed Al-Zubair al-Senussi, già influente membro dell’attuale Cnt per la Cirenaica – una sorta di leggenda per i prigionieri politici del Paese essendo rimasto in carcere per 31 anni dopo aver tentato, senza successo, un golpe anti-Gheddafi nel 1970 – per molti esponenti politici tripolitani è l’allarmante premessa del restauro della monarchia, quantomeno ad Est. E la conseguente divisione del paese in due a danno dell’Ovest.

Il Consiglio Nazionale di Transizione, il governo centrale a interim guidato dal premier Abdel Rahim al Qib, si sono più volte opposti alla fondazione di una regione nell’Est, respingendo l’opzione federalista, per promuovere invece un programma di decentralizzazione assai vago al fine di non minare l’unità del Paese, avvertendo che ogni ipotesi d’autonomia federale potrebbe portare ad una pericolosa secessione nel Paese nordafricano.

Proprio per tale motivo, le fonti diplomatiche libiche sottolineano come nel corso dell’incontro avvenuto a Bengasi «non è mai stata pronunciata la parola indipendenza», aggiungendo che i manifestanti hanno reclamato solo il ritorno al sistema federale in vigore fino al 1963, quando la Libia era suddivisa in tre regioni.

La dichiarazione del governo libico appare paradossale, dato che per i manifestanti riunitisi a Bengasi si lamentano del non riconoscimento della regione e del suo status federale autonomo da parte del Cnt a spingerli dall’autonomia progressivamente all’ipotesi d’indipendenza quale estrema soluzione al problema.

Per il momento Al-Zubair ha promesso di proteggere i diritti della regione, ma ha anche detto che il suo consiglio riconosce il Cnt. La mossa appare però più una forma di temporeggiamento, utile per organizzarsi e prendere accordi con i vari clan dissidenti nella regione.

Anche ad Est non tutte le tribù sono favorevoli al progetto autonomista, a seconda dell’interesse in campo ve ne sono alcune unioniste scese in piazza il giorno seguente con un centinaio di manifestanti gridanti «no al federalismo, no al regionalismo, sì alla Libia unita. Tripoli è la nostra capitale, Bengasi non deve dividere il paese. Vogliamo l’unità, l’unità per sempre».

E’ probabile che in molte di queste tribù più che il sentimento di fratellanza verso Tripoli, permanga la paura e la prudenza sulle possibili conseguenze della secessione e di un braccio di ferro con Tripoli (e le sue tribù) non soltanto politico ma anche militare, che potrebbe portare a nuove tensioni e violenze fino a sfociare in una nuova guerra civile dagli esiti sanguinosi.

Il Consiglio Nazionale di Transizione libico mette infatti in guardia le tribù dell’est. Il presidente in pectore, Mustafa Abdel Jalil, giunto a Misurata per illustrare la fine dei lavori sulla carta nazionale che servirà da base per la futura Costituzione ha dichiarato che «quello che si è verificato è l’inizio di una cospirazione contro il Paese. Una vicenda molto pericolosa che minaccia l’unità nazionale». E ha aggiunto che «ci sono dei Paesi arabi che sostengono la sedizione dell’Est della Libia» tentando di smembrare la Libia per accaparrarsene le risorse. Lanciando infine un appello all’unità: «chiedo a tutti i libici di stringersi intorno al Consiglio che è stato legittimato dalla comunità internazionale» e al contempo minacciando di ricorrere all’uso della forza.

Le sue parole in merito all’ingerenza straniera paiono riferirsi in particolare al Qatar, paese del Golfo, leader dell’esportazione di gas ed alleato degli Usa che però sempre secondo il Cnt «finanzia i gruppi armati islamici» ma che in realtà fin dalla rivolta contro Gheddafi ha sostenuto le ragioni dei ribelli dell’est, avendo un grosso ruolo nella fornitura a questi sia di armi che di viveri durante l’assedio di Bengasi prima dell’intervento aereo della Nato.

Risulta quasi beffardo, che il Cnt al fine di demonizzare l’atto secessionista avvenuto a Bengasi utilizzi la stessa retorica usata dal defunto regime di Gheddafi per demonizzare agli occhi dell’occidente la rivolta contro il suo governo. Dimenticando che se oggi il Cnt governa a livello nazionale con tale sua classe dirigente, ciò lo si deve in primo luogo proprio alla sollevazione dell’Est.

Al momento a livello di cancellerie europee non si registrano commenti su quanto avvenuto in Libia, ove la situazione sul terreno dovesse degenerare, la comunità internazionale sarebbe comunque in forte imbarazzo dato che il governo di Tripoli gode della piena legalità e riconoscimento internazionale da quasi tutti i paesi pur non essendo stato eletto dal popolo libico.

Una sua possibile risposta repressiva violenta su larga scala nei confronti dei secessionisti comporterebbe inevitabili ricadute diplomatiche e forse un ulteriore intervento militare da parte della Nato in “stile Kosovo”, di peace-keeping e di relativo Nation Building, al fine di difendere il diritto universale di autodeterminazione dei popoli, così come riconosciuto dalla carta Onu, nei confronti di un governo insediato dietro mandato delle Nazioni Unite dalla missione Nato.

Le conseguenze a livello d’immagine in un simile ginepraio avrebbe ricadute non soltanto sugli accordi commerciali nelle forniture di gas (e in primo luogo per l’Italia ove dovesse partecipare come accade in tal genere di missioni internazionali) per l’Occidente ma sarebbe un duro contraccolpo da sopportare specie in un momento di crisi economica e di scarso consenso sull’operato degli organismi nazionali e sovranazionali.

Ove la divisione in due della Libia avvenisse compiutamente (con o senza aiuti esterni), in Medio  Oriente potrebbero innescare altre rivolte spontanee a catena. Ad esempio quelle indipendentiste dei berberi e dei Tuareg nella zona Sahariana e sub-Sahariana, o una possibile divisione dell’Iraq in 3 zone, sunnita, curda e sciita al fine di risolvere i problemi di ripartizione dei proventi del petrolio. Ma occorre considerare anche le richieste di secessione in Iraq Turchia ed Iran da parte dei curdi stessi con la nascita di un loro Stato, per arrivare alle analoghe richieste indipendentiste delle zone del Caucaso e della Cecenia da parte della guerriglia musulmana nei confronti della Russia di Putin.

Se il 2011 è stato l’anno delle rivolte arabe per ottenere democrazia rappresentativa, il 2012 potrebbe essere l’anno delle rivolte per ottenere l’autodeterminazione dei popoli dagli attuali Stati presenti sul planisfero.

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