L’apparato del Pd

By Redazione

marzo 7, 2012 politica

Quale valutazione potremmo trarre osservando un’azienda italiana svilupparsi? In particolare nel veder crescere l’investimento sulle risorse umane di circa il 300% in 3 anni? Entusiasmo senza dubbio, soddisfazione nel vedere una realtà produttiva portare da 4 milioni nel 2008 a 12 milioni di euro nel 2010 il proprio bilancio destinato ai dipendenti; un dato in controtendenza rispetto a tante realtà che soffrono per la contrazione del mercato. E se questa florida realtà non fosse un’azienda, ma un partito? Dimostreremmo il medesimo slancio di entusiasmo?

Istintivamente no, e forse anche questo è l’effetto della lunga campagna contro la politica organizzata. Ma se questo partito fosse il PD e questo aumento dei capitoli di spesa fosse avvenuto a seguito dell’insediamento del gruppo dirigente legittimato dal congresso del 2009, lo stesso congresso che ha portato Pierluigi Bersani al controllo di questa – è il caso di dirlo – grande macchina politica?

Non siamo interessati a sollevare una polemica sterile. Vogliamo interrogarci piuttosto sugli effetti politici (di politics) di un partito che incrementa in modo così radicale la propria spesa per i dipendenti. Inutile aggiungere che siamo convinti che ognuna delle voci in bilancio sia più che ragionevole, che non ci siano stipendi regalati e che tutti, ma proprio tutti, i funzionari/dipendenti del Pd lavorino al meglio delle loro capacità. Sappiamo anche, com’è normale che sia, che sono ancora in corso gli effetti della fusione tra i due maggiori partiti fondatori (Ds e Margherita).

Fuori quindi da ogni diatriba, a noi spetta il compito di ragionare sugli effetti di un partito che stabilizza significativamente la propria struttura lavorativa. Noi crediamo che questo consolidamento non sia un bene in sé, ma che piuttosto con la stabilizzazione dei funzionari si produca una cristallizzazione della contendibilità nel Partito democratico. Come possiamo chiedere legittimamente ad un dipendente assunto in un determinato contesto di cambiare l’approccio al proprio lavoro, le proprie relazioni interne, il proprio contributo politico al mutare, ad esempio, della linea politica di un partito?

Murray Edelman nel suo magistrale Constructing the political spectacle rilevava come non fosse la leadership a modificare le strutture organizzate, quanto piuttosto le strutture organizzative a modificare la leadership. Se diamo per buono Edelman – e dovremmo – qualunque struttura organizzata sufficientemente solida non è in sé democraticamente contendibile e, per tanto, un partito politico sufficientemente strutturato (come i partiti che avevamo scelto di lasciarci alle spalle) non potrà mai essere veramente contendibile, né forse democratico

Proviamo ad  immaginare un gruppo di persone profondamente convinte della superiorità morale dei vegetariani, che di colpo si trovano a dover essere guidate da altre persone, orrendamente carnivore: possiamo aspettarci una collaborazione efficace o addirittura appassionata nel lavorare per una visione del mondo così radicalmente diversa da quella sostenuta fino al giorno prima? Con tutta probabilità no. E non è un problema di approccio al lavoro, né di professionalità che certamente non mancano nel PD come in altri partiti.

I Partiti nel nostro sistema costituzionale rappresentano un caso particolarissimo: non possono essere assimilati né ad associazioni né a sindacati, per i loro scopi e per la necessità di essere contendibili. Per rispettare questa vocazione al cambiamento dovremmo rinunciare alle qualità dell’esperienza e della stabilità e proporci di trasformare il partito in un luogo di lavoro a tempo determinato, non rinnovabile, un luogo aperto alle professioni tecniche e altamente concorrenziale al suo interno. Questa impostazione nel tempo trasformerebbe il nostro partito, abbassando significativamente l’età media dei propri funzionari e ne valorizzerebbe le professionalità facilitando un successivo ingresso in altre realtà lavorative, aumenterebbe, fatto non secondario, l’aderenza tra organizzazione e guida politica.

Non sono scelte semplici, né abbiamo la pretesa che i pareri sopra esposti siano definitivi, ma crediamo nel valore politico dell’organizzazione così come nell’importanza della competizione. Se desideriamo che il Pd possa essere quel partito moderno e capace di affrontare il futuro ben oltre i prossimi dieci anni, dobbiamo realizzare un mutamento concreto delle nostre realtà organizzative.

(Qdr)

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