Parisi: “Riforme, il Pd è incoerente”

By Redazione

marzo 6, 2012 politica

L’accordo sembra essere ad un passo. Forse è la volta buona perché si riesca a ritoccare la carta, dicono in molti in Trasatlantico. Ma non tutti condividono la direzione che sta prendendo la discussione sulle riforme istituzionali: “Se cambiare qualcosa nella nostra architettura istituzionale fosse bene di per sé, dovrei dire che forse questa è la volta buona” dice Arturo Parisi, deputato del Partito Democratico, a lungo animatore del tentativo ulivista di rendere il nostro sistema bipolare. “Ma dovrei aggiungere: purtroppo! Le notizie che circolano sul merito dell’accordo in corso alimentano infatti più i timori che le speranze”.

Giudica positivo il dibattito che si è sviluppato tra i partiti negli incontri informali tra gli esperti della materia?
Onestamente del dibattito tra i partiti sappiamo poco o nulla. Questo è dovuto anche al fatto che prima del confronto “tra” i partiti è mancato un vero confronto “nei” partiti. Se si esclude il caso dell’Udc, che da anni ha notoriamente rinnegato le scelte che segnarono nel ’94 la nascita del Ccd di Casini per schierarsi a favore del modello tedesco, per quel che riguarda il Pd e il Pdl l’abbandono del modello bipolare fondato sul maggioritario è il frutto di decisioni di vertice dissimulate, approssimative, e contradditorie. Se continua in questo modo ci troveremo alla fine difronte al frutto di un parto collettivo nel quale non sarà possibile capire, e ancor meno chiedere conto, che cosa uno ha esattamente proposto, e che cosa ha ottenuto. Così per ognuno sarà più facile far passare per concessioni agli altri le proprie richieste nascondendo le proprie responsabilità.

La posizione del Pd è sembrata ondivaga. Adesso la legge elettorale non sembra più una priorità, mentre era condizione irrinunciabile per l’apertura qualunque dibattito fino a qualche settimana fa.
Più che ondivaga la posizione del Pd è connotata dalla contradditorietà e incoerenza. E’ infatti impossibile non vedere quanto profondo sia il contrasto tra le ragioni che il Pd ha ereditato dalla stagione dell’Ulivo e la linea che è stata portata a nome del partito al tavolo del negoziato. Quanto al merito, è la necessità di riequilibrare o forse semplicemente coprire il ritorno ad una legge elettorale proporzionale che ha imposto di allargare l’agenda delle riforme aggiungendo al superamento del Porcellum, la sfiducia costruttiva, e il rafforzamento dei poteri del premier. Che poi si riesca a venirne a capo è un altro paio di maniche.

Dopo aver subito una battuta d’arresto nel momento in cui il Ceccantum sembrava poter prendere piede, la segreteria del partito ha ripreso in mano decisamente le fila del dialogo. Come giudica la posizione di Violante?
Anche se ne dissento radicalmente, credo che Violante stia svolgendo al meglio il compito che gli è stato affidato, un compito che corrisponde peraltro alle sue profonde convinzioni, così come alla linea lungo la quale D’Alema guida da sempre il gruppo dirigente del partito. Restaurare il potere dei partiti nel quadro di una democrazia compiutamente parlamentare fondata su una regola proporzionale e al riparo da ogni cedimento a forme di democrazia diretta. Poco conta che i partiti presupposti da questo modello non esistano più e che per rifondarli le leggi possano fare ben poco. Poco conta che laddove si scrive partiti si debba leggere vertici dirigenti. Poco conta che in questo modo dopo una partitocrazia senza partiti, sia i partiti che la partitocrazia rischino di cedere il passo ad una tecnocrazia eterodiretta.

L’accordo che si potrebbe raggiungere sembra, nei suoi tratti fondamentali, essere una decisa marcia indietro sulla strada che avrebbe dovuto portare al bipolarismo?
Perchè, sembra? Dica pure, è. Al massimo si finirà in un multipartitismo con due partiti dominanti. Quali siano poi i due partiti e quanto riescano a dominare è un’altra cosa.

Ritiene utile almeno la riduzione dei parlamentari e l’eliminazione tendenziale dell’istituto della navette tra le due Camere?
Così come la stanno cucinando la riduzione dei parlamentari è solo un cedimento alla piazza, formulata per di più perché sia la meno costosa possibile. Quanto al bicameralismo questo è di certo il punto più debole. Se la riforma dovesse passare come si annuncia, finiremmo per tenercela per altri cinquanta anni. Dopo tutto il bla bla sulla urgenza di un Senato federale. E’ meglio non farne niente. Come si fa a non riconoscere l’urgenza assoluta di snellire il processo legislativo. Meglio un unico interlocutore parlamentare che due camere sempre più deboli. Solo una controparte forte rappresentativa e riconoscibile può privare il Governo della tentazione di forzature continue giustificate dalla necessità di assicurare la approvazione delle leggi. Il guaio è che quando conviene si è proporzionalisti alla tedesca, ma quando non conviene il Bundesrat lo facciamo all’italiana. Invece di tagliare i parlamentari del 20% sarebbe molto meglio tagliare del 50% le 2 camere passando da due ad una. 

(l’Opinione)

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