Monti pronto all’abbuffata

By Redazione

marzo 4, 2012 politica

Il prelievo fiscale si sposterà gradualmente dalle imposte dirette a quelle indirette e sui redditi finanziari, cioè dalle persone e dalle attività produttive alle cose. I proventi della lotta all’evasione fiscale verranno restituiti ai contribuenti onesti secondo il motto “pagare tutti per pagare meno”. Quante volte abbiamo già sentito queste promesse? No, non siamo nel ’94. Siamo nel 2012. Non c’è Berlusconi, c’è il professor Mario Monti, il governo è “tecnico” ma le promesse continuano ad essere molto “politiche”.

Si parla di spostamento, di «riequilibrio» del sistema fiscale, il che a fronte di un aumento delle imposte sul possesso e sui consumi, dovrebbe significare meno tasse sul lavoro e sull’impresa. E invece, fino ad oggi, non abbiamo visto le tasse spostarsi da una forma all’altra di imposizione, ma aggiungersi le une alle altre, accrescendo la pressione fiscale. Ed è un processo che continua ininterrottamente, con alcuni improvvisi balzi, da oltre trent’anni. E’ aumentata di un punto percentuale l’Iva, fino al 21%, e rischia di salire fino al 23% a fine settembre; sono aumentate le accise sui carburanti, tanto da far schizzare il prezzo della benzina verde sui 2 euro; è stata reintrodotta l’Imu sulla prima casa; e l’ultima sorpresa, in ordine di tempo, è arrivata tra le pieghe del decreto furbescamente chiamato di “semplificazione fiscale”, dove il governo ha inserito una norma per includere anche i conti deposito nella mini-patrimoniale introdotta con il decreto “Salva-Italia” di dicembre. In pochi se ne sono accorti, l’attento Oscar Giannino tra questi: dal bollo fisso sul conto titoli oltre i 5 mila euro si passa ad un’aliquota dell’1 per mille nel 2012 e dell’1,5 per mille dal 2013, ma non più solo sui prodotti finanziari, anche sui conti deposito bancari e postali, vincolati e non. Quelli più pubblicizzati, con rendimenti vicini al 4%, tipo “Conto arancio” e “Chebanca” per intenderci. Quindi la mini-patrimoniale introdotta dal decreto “Salva-Italia”, che inizialmente coinvolgeva solo i prodotti finanziari, ora colpisce anche i depositi, la forma di risparmio in questo momento più diffusa tra gli italiani. Nel primo caso, l’imposta sarà calcolata sul valore nominale dei titoli posseduti, nel caso dei depositi sull’ammontare della giacenza (sempre oltre i 5 mila euro).

I 12 miliardi ricavati dalla lotta all’evasione nel 2011 sono già spariti, usati per rattoppare i buchi di bilancio, e il governo con un sussulto di serietà ha evitato di istituire, come invece aveva annunciato, quel fondo che doveva servire alla restituzione ai contribuenti dei proventi 2012-2013, anch’essi probabilmente destinati a coprire nuovi buchi nella finanza pubblica, visto che in questi primi mesi il fabbisogno di spesa delle pubbliche amministrazioni sembra già cresciuto di una ventina di miliardi oltre il previsto.

Nell’atto d’indirizzo in materia fiscale 2012-2014 si parla dunque di «riequilibrio», ma mentre le imposte sul possesso e sui consumi sono già aumentate, nemmeno si accenna ad una prossima riduzione delle tasse sui redditi, né tanto meno ad una riduzione complessiva della pressione fiscale e della spesa pubblica. Quella di Monti si conferma sempre più una gestione della finanza pubblica in totale continuità con i precedenti governi, tecnici o politici. L’onere dell’ambizioso rientro dal debito stabilito nel fiscal compact pesa interamente sui cittadini e sulle loro oneste attività. Non troveremo alcun costituzionalista disposto a seguirci su questa strada, ma è più che fondato il sospetto di incostituzionalità dei livelli di tassazione ormai raggiunti, in una Repubblica che «incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme», «favorisce l’accesso alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese» (art. 47 Cost.), e che si dice persino «fondata sul lavoro» (art. 1 Cost.).

Invece di abbattere lo stock di debito con un serio piano di dismissioni del proprio patrimonio e di tagliare la spesa corrente nell’ordine di 5-6 punti di Pil, lo Stato si accontenta di limare le escrenze più insopportabili agli occhi dell’opinione pubblica mentre continua a succhiare risorse dal Paese, ovunque intraveda qualcosa da spremere: nuove tasse; 70 miliardi di debiti non onorati; e nonostante gli ipocriti auspici della classe politica e dei tecnici sul credito alle imprese e alle famiglie, anche i prestiti a tasso agevolato all’1% che la Bce ha concesso alle banche vengono fatti affluire a sostegno dell’emissione di debito pubblico – per far calare lo spread – anziché degli impieghi produttivi. Lo sforzo di risanamento grava così interamente sulle spalle dei cittadini, ma non da oggi.

Da quando è stata introdotta la riforma tributaria alla metà degli anni ’70, la pressione fiscale complessiva in Italia è aumentata più che in qualsiasi altro Paese europeo e dell’area Ocse, e più che in qualsiasi altro periodo della storia unitaria. Dal 1975 ad oggi, è cresciuta in misura più che quadrupla rispetto alla media dei Paesi industrializzati (18 punti di Pil rispetto a poco più di 4 punti); più del doppio che in Francia e sei volte più che in Germania. Anche tra i Paesi Ue l’Italia ha fatto registrare il maggior aumento e il più alto livello di pressione fiscale complessiva. Nell’ultimo quindicennio, e in particolare dall’avvio dell’unione monetaria, siamo l’unico tra i maggiori Paesi dell’area euro in cui la pressione fiscale è aumentata (1,4 punti di Pil).

Ma l’aumento costante e più che trentennale della pressione fiscale, con un balzo significativo durante la crisi finanziaria dei primi anni ’90, non è servito a realizzare avanzi primari e a ridurre significativamente il debito pubblico. L’esperienza insegna che questa politica non funziona, che le tasse che ci si chiede di pagare in misura sempre maggiore non vengono usate, se non sul momento, per ripianare il nostro debito, ma sprecate in nuove spese; servono a nutrire sempre di più la “bestia” statale, ad ingrossare il banchetto della politica e dei suoi “clientes”. Il rischio, purtroppo, è che Monti stia solo apparecchiando la tavola per la prossima abbuffata, quella della classe tecno-politica dei prossimi anni, come Amato e Ciampi la apparecchiarono agli inizi degli anni ’90 per i governi che si sono succeduti nell’ultimo ventennio. Non è che Monti punti a durare, è che punta a far passare la tempesta salvando il modello statale esistente con il minimo possibile di cambiamenti, confidando nella propria autorevolezza personale e nell’altro Mario alla guida della Bce.

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