Europa troppo all’italiana?

By Redazione

marzo 4, 2012 politica

E se i due SuperMario italiani, il premier Monti e il governatore della Bce Draghi, avessero messo nel sacco i tedeschi? E se invece che tedesca, da oggi l’Europa fosse un po’ più italiana e mediterranea? Siamo proprio sicuri che sarebbe un bene? Il dubbio s’insinua, visto che alla fine la sensazione è che i tedeschi abbiano scambiato aiuti subito a sostegno dei debiti sovrani in difficoltà (ESM e prestiti Bce, il cui effetto sugli spread si è già fatto apprezzare) per un patto di rigore fiscale dai meccanismi tutti da verificare, quindi dall’efficacia incerta, così come ancora incerta è la capacità dei Paesi periferici di completare i “compiti a casa”, ossia azzerare il deficit, tagliare il debito e attuare riforme per la crescita.

Aver imposto l’introduzione dell'”equilibrio” di bilancio negli ordinamenti di 25 Paesi Ue, preferibilmente a livello costituzionale, è senz’altro un successo della politica europea di Berlino. Il fiscal compact prevede impegni onerosi per il rientro dai deficit e dai debiti nazionali dei Paesi eurodeboli, e sanzioni più stringenti, che scattano in modo quasi automatico. Ma presenta almeno due criticità. Una di carattere giuridico, l’estraneità del nuovo patto all’ordinamento dell’Ue: dal momento che Regno Unito e Repubblica Ceca hanno scelto di restarne fuori, non ha lo stesso valore giuridico del Trattato di Lisbona o di quello di Maastricht. L’altra di natura politica: l’interpretazione delle «circostanze eccezionali», per esempio una severa recessione, in presenza delle quali è consentito deviare dagli obiettivi di bilancio pattuiti. I governi di Spagna e Olanda, le cui stime del rapporto deficit/Pil nel 2012 sono peggiori delle aspettative, già si preparano a sfidare le nuove regole, rischiando di incrinare il patto appena firmato. A fronte di tali incertezze sul piano del rigore fiscale, la Bce ha già iniettato moneta sonante nel sistema bancario, con l’immediato effetto di calmierare i rendimenti sui titoli di Stato. Un calo della tensione che rischia di allentare la determinazione degli Stati nel perseguire le politiche di austerity e nell’implementare le riforme. 

E’ con una leggera diversità di accenti, infatti, che la cancelliera tedesca Merkel e il premier italiano Monti hanno commentato la firma del fiscal compact venerdì scorso. Per Angela la situazione «resta fragile», «non siamo fuori dal tunnel» ed è «sbagliato dire che il quadro non è più allarmante». La crisi, insomma, «non è finita». Mentre per Mario, gongolante per il vistoso calo dello spread tra Btp e Bund, la crisi sembra «uscita di scena, speriamo per sempre».

Insomma, sembra proprio che la Bce abbia finito con l’agire da “prestatore di ultima istanza”, come molti invocavano da tempo, e che i tedeschi abbiano dovuto ingoiare amaro. In due tranche, la prima da 489 miliardi e la seconda da 529 miliardi, la Bce ha immesso quasi 1.200 miliardi di euro di liquidità nel sistema bancario sotto forma di prestiti triennali ad un tasso agevolato dell’1%, cui hanno fatto ricorso circa 800 banche europee. A dispetto degli auspici e degli appelli un po’ ipocriti della classe politica e dei tecnici affinché i prestiti Bce venissero utilizzati dalle banche per allentare il credit crunch che affligge imprese e famiglie, le banche italiane e spagnole soprattutto li hanno usati per acquistare titoli di Stato di casa propria, e il repentino calo dello spread nei giorni immediatamente successivi le due operazioni sembra confermarlo. D’altra parte, a quel tasso, e con criteri così generosi sui collaterali (cioè i titoli che le banche offrono alla Bce come garanzia per assicurarsi i prestiti triennali), titoli di Stato che rendono fino al 5% rappresentano un investimento fin troppo facile. Si calcola che in minima parte (l’8%) i prestiti della Bce si trasformeranno in crediti alle imprese e alle famiglie. In gran parte serviranno a rifinanziare prestiti in scadenza con la stessa Bce (46%), a sostituire finanziamenti in scadenza sui mercati (13%), a rifinanziare le filiali nei Paesi periferici (11%) e, per oltre il 20%, direttamente ad acquistare titoli di Stato. E’ dunque Draghi, più che Monti, il Mario giusto con il quale congratularsi se lo spread tra Btp e Bund è sceso sotto quota 310, e quindi il rendimento sui nostri titoli decennali sotto il 5%. 

L’operazione della Bce non ha però mancato di sollevare pesanti critiche da parte tedesca. La Merkel si è diplomaticamente limitata ad avvertire che quei prestiti non risolvono i problemi, servono solo a guadagnare tempo, anche se correndo il rischio di una bolla di liquidità. La Bundesbank è stata più dura. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung è comparsa una lettera indirizzata all’istituto di Francoforte nella quale il governatore della Banca centrale tedesca, Jens Weidmann, critica apertamente le politiche espansive della Bce, che ne mettono a rischio la credibilità, chiedendo a Draghi un ritorno a regole più rigorose sui collaterali. La stampa tedesca c’è andata giù ancor più pesante. La Sueddeutsche Zeitung ha accusato Draghi di comportarsi «da politico più che da custode della moneta unica» e con i suoi mille miliardi «a buon mercato» di rischiare una nuova «bolla finanziaria». L’ha definito l’Alan Greenspan europeo, il governatore della Fed accusato con le sue politiche di aver contribuito alla bolla immobiliare, esplosa nel 2008, da cui prese avvio la grande crisi finanziaria: si «copia» così il modello della Fed del «mago Alan Greenspan», che «pompò enormi dosi di denaro nel sistema americano», con la conseguenza del «collasso del sistema» e della perdita di milioni di posti di lavoro. 

Anche il Financial Times non ha nascosto le sue perplessità: pochi giorni prima della seconda operazione ha messo in guardia dal rischio di «viziare» le banche, e subito dopo osservato che la liquidità «fornisce solo tre anni di anestesia su parti limitate dei fondi delle banche», non raggiungendo tuttavia l’obiettivo dichiarato di finanziare l’economia reale e senza una chiara “exit strategy”: cosa succederà fra tre anni, quando i prestiti dovranno essere restituiti o rifinanziati? C’è il rischio concreto di aver gettato i semi per la prossima crisi. Anche perché, se Italia e Spagna dovessero fallire nei loro obiettivi di finanza pubblica e non riuscire a varare le riforme necessarie per rilanciare la crescita, l’operazione Bce non avrebbe fatto altro che aumentare il rischio sistemico, dal momento che le banche, soprattutto italiane e spagnole, si troverebbero nei loro bilanci stock ancora maggiori di Btp e Bonos tossici.

E’ l’immissione nel sistema di liquidità a basso costo della Bce, dunque – che ha indotto soprattutto le banche italiane e spagnole ad acquistare titoli di Stato domestici  – ad aver allentato la tensione sugli spread di Italia e Spagna, e non il ritorno della fiducia dei mercati, che restano i severi giudici di terzo grado dei debiti sovrani. Gli investitori esteri – nonostante la moral suasion di Monti alla City e a Wall Street – sembrano per ora restare alla finestra. Basta essere consapevoli che si tratta di una droga, di un anestetico, che serve a guadagnare tempo. Dire, come purtroppo sembra suggerire Monti, e la grande stampa ossequiosa al seguito, che la crisi è finita, che abbiamo fatto i “compiti a casa”, e continuare con questa “bad austerity” fatta di pressione fiscale ai massimi, nessun massiccio taglio alla spesa pubblica corrente e nessun piano di dismissioni, significa scherzare col fuoco, proprio mentre il nostro sistema bancario sta incorporando ulteriore rischio sovrano.

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