Nevrosi di massa e democrazia

By Redazione

marzo 2, 2012 politica

Non c’è alcuna possibilità che tra il governo ed i No Tav della Val di Susa si possa aprire un qualsiasi dialogo e sviluppare una pur minima trattativa. Non per mancanza di volontà dei rappresentanti dell’esecutivo del paese. E neppure dei sindaci meno intransigenti del comuni della Valle. Ma, molto semplicemente, perché non c’è nulla su cui dialogare e non c’è alcunché su cui trattare. La linea No Tav, i cantieri, il tunnel, gli sbancamenti e tutto il resto di questioni legate alla realizzazione del progetto per collegamento diretto Lione-Torino non sono da tempo la vera posta in palio della vicenda.  Ormai la dimensione è totalmente diversa. Non riguarda più gli impegni internazionali del nostro paese e gli interessi particolari dei valligiani. Non riguarda il trasporto sui ferro per le merci dalla Francia all’Italia o il diritto alla salute di chi vive ai piedi delle Alpi.   E neppure la volontà di costruire grandi infrastrutture per inseguire l’esigenza della modernizzazione o, al contrario, la scelta di contrapporre ad una sviluppismo incontrollato e spesso scellerato un regressismo consapevole e ragionato.

Certo, nella faccenda si scontrano le ideologie dello sviluppo ad ogni costo e dell’antimodernismo come unica forma di salvezza post-moderna. Ma non è neppure lo scontro tra principi ideologici opposti la vera posta in palio. Il punto vero è il rapporto che si deve instaurare tra uno stato democratico ed un fenomeno di nevrosi di massa di una frangia minoritaria della società civile.

Che lo stato italiano sia democratico è sicuramente fuori di dubbio. Che la decisione di realizzare la linea di Alta Velocità sia passata attraverso una serie di discussioni verifiche, votazioni è altrettanto fuori di dubbio. Che sia diretta ad assicurare una serie di benefici alla Valle, alla Regione ed al Paese è, infine, assolutamente indubitabile. Ma che succede se alla ragionevolezza delle scelte democratiche considerate necessarie dalla maggioranza dei cittadini si contrappone non la legittima preoccupazione per possibili disagi ed, eventualmente, la conseguente richiesta di ottenimento di necessari risarcimenti, ma il rifiuto irrazionale di una scelta vissuta come atto di prevaricazione antidemocratica, di prepotenza autoritaria e di illegittimità assoluta? Che, succede, in altri termini, se al meccanismo democratico si contrappone la nevrosi di massa formata dall’intreccio emotivo di interessi e di principi concepiti sempre e comunque come non mediabili ed insopportabili?

E’ fin troppo evidente che non si possa affrontare il fenomeno dei No Tav della Val di Susa come se fosse una sorta di epidemia influenzale che ha colpito una fetta limitata della popolazione. Forse servirebbe una distribuzione di massa di antidepressivi e stabilizzatori dell’umore vista la grande diffusione del disturbo mentale tra i contestatori ormai professionali della Alta Velocità. Ma uno stato democratico, anche se tutela la salute dei cittadini, non può trasformare un dissenso che viene  motivato da ragioni ideologiche ed umorali in una sorta di devianza di massa. Rimane, allora, solo l’applicazione del metodo democratico. Che è fondato sul rispetto dei diritti inalienabili dei cittadini ma che, proprio per impedire che la democrazia degeneri in arbitrio di minoranze magari violente nei confronti di maggioranze pacifiche, non può non prevedere il rispetto da parte di tutti dell’autorità dello stato.

C’è un limite, in altri termini, oltre il quale la tolleranza provoca fatalmente la comparsa dell’intolleranza più cieca. E, quindi, lo sfaldamento dello stato di diritto. In Val di Susa quel limite è stato ormai superato. Ed anche se forse sarebbe più utile utilizzare gli antidepressivi, è arrivato il momento di dimostrare che la Val di Susa è ancora Italia. 

(l’Opinione)

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