Lo Stato deve parlare al popolo

By Redazione

marzo 2, 2012 politica

Giornalisti, scrittori, sociologi, ex sindacalisti, esponenti di partito, ministri: tutti hanno la loro da dire sulle manifestazioni No Tav. Tutti tranne quelli che alle manifestazioni stanno partecipando: Perino parla molto spesso, ma oramai sembra il leader di se stesso. C’è chi, sull’episodio del carabiniere insultato, ha smosso addirittura Pasolini. Non si vuole qui fare la morale ad alcuni (vedi Schiavi sul Corriere del 29 febbraio) ma andare a recuperare il famigerato “io sto con i poliziotti” del ’68 sembra esagerato.

Tutti parlano e nessuno pensa che quella protesta proveniva da una base sociale diversa, non era territoriale e si rivolgeva ad un sistema di valori da abbattere. In questo caso si parla di un ragazzo che è andato a dire delle cose, fastidiose, ad un uomo in divisa. Ma non gli ha sparato, non gli ha messo le mani addosso, non lo ha caricato. Ha fatto uno sberleffo ma è rimasto sul pianeta terra. Il Carabiniere non ha risposto, ma non sarebbe neanche stato giustificato se fosse partito alla carica. Erano parole, ognuno giudichi se vigliacche, coraggiose, fastidiose, veritiere, non altro.

Parole, parole, parole. In Val di Susa invece la gente preferisce rimboccarsi le maniche più che parlare, si scende, come dicevamo prima, sul pianeta terra, anzi si scende proprio sulla terra calpestata dai manifestanti, quella terra che viene vista come messa in pericolo dai lavori per la Lione-Torino. Interessi incrociati, grossi, internazionali: il corridoio dell’Ue che va dalla Spagna all’Ucraina, i tanti soldi stanziati e stanziabili per l’opera, un affare per tanti (a sinistra e a destra, come scriveva Sansa su Il Fatto Quotidiano pochi giorni fa) tranne che per coloro i quali vedono minacciate le proprie terre. Vista così, è un Davide contro Golia. Vista a livello micro è la lotta di alcune migliaia di persone.

Possono alcune migliaia di persone rovesciare la volontà generale? Gli abitanti toccati direttamente dalla questione hanno voce in capitolo? Di certo, per quanto possa dirne il ministro Cancellieri, il dialogo non è che ci sia stato molto. I partiti, la nota più dolente del problema, sono scomparsi presto, un po’ per interesse (ed ecco che il Pd e il Pdl in pratica dicono le stesse cose), un po’ per scaricare la patata bollente al governo. Quello precedente non era riuscito a combinare nulla, abbandonandosi allo stallo e a qualche azione sporadica, ben rintuzzata dai manifestanti. Quello attuale giace in un silenzio quasi assordante ma sembra andare avanti più spedito.

La Cancellieri dice che a Palazzo Chigi sono disposti a ricevere i rappresentanti istituzionali della Val di Susa. Il fatto è che Perino e soci non si riconoscono più in niente, si sentono traditi ed allontanati dalla politica ed ora iniziano a scontare anche divisioni interne. I partiti hanno perso il contatto con le realtà territoriali ed il governo quindi non può sperare nei partiti o nelle istituzioni al momento in carica; inoltre, il movimento inizia ad essere sempre più mischiato con gli ambienti estremisti che di certo non faranno il bene della protesta. Lo diceva Cofferati su La Stampa: “La strada imboccata porta all’isolamento”.

Lo stesso movimento inizia a farsi qualche autogoal: detto del ragazzo “provocatore” (ma chi vive le piazze sa che le provocazioni sono ben altre), sono sembrate gravi le accuse a Caselli. Certo, uno che con i “compagni” ci è sempre andato giù duro (dalle Br al caso Sole-Baleno, poi sconfessato dalla Cassazione), ma è anche uno dei personaggi chiave nella lotta alla mafia in Sicilia: con gli operatori della Giustizia è prendere o lasciare, non si può dire che una volta sono di parte e la volta dopo che sono dei grandi uomini, ma di sicuro non si può tappare la bocca ai magistrati, è un comportamento mafioso. Ora la questione vera per tutti è una sola: spostare il dibattito sul piano nazionale. Per troppo tempo la questione della Lione-Torino è stata la “questione Val di Susa”: eh no, qui bisogna ripensare alle coordinate del problema.

La Lione-Torino è nel cuore d’Europa, ma alla questione Tav è mancato il passaggio nazionale. Certamente, provvedimento voluto da governi democraticamente eletti, portato avanti in modo bipartisan, all’interno di una modernizzazione continentale che va avanti e che prevede il collegamento di tutta l’Ue su ferro. Solo che in Italia si è scaricato il peso della vicenda su poche migliaia di persone in Val di Susa e su quelle poche centinaia di forze dell’ordine mandate lì per intervenire.

Il governo tecnico si pronunci tecnicamente sui costi e sui benefici, spieghi le utilità del progetto e le condivida con tutti, uscendo dal solco della lotta di idee. Faccia i lavori, in caso, evitando sprechi e facendo rispettare i tempi. Anche perché solo spostando la questione a livello nazionale potrà rispondere ad un movimento pronto ad espandersi a macchia d’olio in tutta Italia, proprio perché le forze in Valle stanno finendo ed ora è necessario pescare altrove. Pensate a come sono andati a finire gli ultimi referendum: il movimento sa che ora può parlare direttamente alle persone, senza passare per i partiti, che tanto oramai sono diventati inutili. E nella loro inutilità si esprime la crisi istituzionale di un paese affidato a dieci, silenziosi, professori.

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