La nemesi dell’oblio

By Redazione

marzo 1, 2012 Cultura

Non c’è niente da fare: se uno si mette a cercare con Google il nome di quel pm e di quel giudice istruttore che il 22 maggio 1970 fecero arrestare Walter Chiari e Lelio Luttazzi con l’assurda accusa di avere spacciato cocaina nel mondo dello spettacolo non li trova. Anche standoci delle ore. Se chi emise quei mandati di cattura lo fece “per diventare famoso”, come diceva Alessio Boni in una battuta di “Walter Chiari: fino all’ultima risata”, lo sceneggiato trasmesso da Rai Uno, l’intento è rimasto clamorosamente frustrato. In compenso è riuscito a consegnare alla cronaca del passato recente di questo paese, sempre un po’ troppo moralista con chi ha soldi, donne e successo, quella che fu una delle prime vittime del proibizionismo antidroga all’italiana: Walter Annichiarico, in arte Walter Chiari.

Un uomo che per oltre 25 anni si era identificato con il sabato sera degli italiani, prima nella rivista leggera e poi nella tv. Un ex operaio della Isotta Fraschini e un ex pugile professionista entrato per caso nel mondo dello spettacolo, un po’ come in un film neorealista. Amato dagli uomini, ma più dalle donne. Destinato a cadere, come sembra credere il critico Tatti Sanguinetti, che ne sta curando una monumentale biografia, perché gli italiani di bocca buona avessero un capro espiatorio famoso. A sei mesi da piazza Fontana e dalla morte di Pinelli, nessuno era in grado di capire chi manovrasse la strategia della tensione né il nascente terrorismo brigatista. In compenso fioccavano gli pseudo-scandali sulla droga che sarebbero continuati per tutta la prima metà degli anni ’70. A cominciare da quello del locale “Number one” di via Veneto,  in cui fu coinvolto anche l’avvocato Gianni Agnelli, che per tutto il resto della propria vita si portò dietro la nomea di cocainomane di lusso. Leggenda metropolitana voleva che avesse il cavo nasale rifatto in oro per sniffare meglio. Cosa che invece non era affatto vera.

Giornali come “Il tempo”, storicamente vicini alla parte più bigotta della Dc dell’epoca, inzuppavano il cornetto in questa brodaglia da mattinale di questura e parlavano di Chiari come se si fosse trattato di un pusher, e non di una vittima. Nella fiction in cui Chiari era interpretato da Alessio Boni, e Valeria Fabrizi, con un nome diverso, da Bianca Guaccero, è ripercorsa tutta la parabola umana e artistica di quel talentuoso italiano.

E si ricordano altresì le donne importanti della sua vita: la moglie Alida Chelli, l’amica di sempre Valeria Fabrizi. e i suoi due grandi amori, Lucia Bosè e Ava Gardner. Biograficamente è ripercorsa la carriera: dagli inizi, con Carlo Campanini, alll’ultimo film, che per poco non venne premiato alla 43ª mostra di Venezia nel 1991: “Romance”. La pellicola di allora, così come la fiction oggi, era stato prodotto da Luca Barbareschi. Il quale, a propria volta, nelle scene finali della seconda puntata della miniserie, non nasconde i legittimi motivi di rivalsa contro lo stesso mondo dello spettacolo, della Rai e della politica che ipocritamente avevano decretato la fine di un grandissimo attore e comico, teatrale, cinematografico e televisivo come Walter Chiari.

Simone Annichiarico, il figlio di Walter e di Alida Chelli, nei giorni scorsi è intervenuto polemicamente sia per alcune asserite  inesattezze contenute nella sceneggiatura, sia contro lo stesso Sanguinetti, convinto di avere trovato le prove di un passato da torturatore fascista di un congiunto di Walter, cosa che lo avrebbe segnato durante i primi anni della propria vita.

Ma, qualunque cosa sia  stata alla base del “cupio dissolvi” di Walter, in seguito legato all’abuso di cocaina, il vero problema della sua vita fu la notorietà che tutti volevano parassitare e, forse, la generosità con cui ingenuamente si concesse. Se Chiari fu un drogato era un problema suo, e se non aveva mai spacciato, come nessuno poté mai dimostrare, il consumo di stupefacenti poteva e doveva rimanere un dramma privato. Come lo fu l’alcoolismo per Ava Gardner, che entrava e usciva continuamente dalle cliniche per attori hollywoodiani.

Ma su Chiari qualche pm dell’epoca, qualche Di Pietro ante litteram, si illudeva di costruire la propria carriera mediante la scorciatoia mediatica. Come poi capitò anche con Tortora, che oltretutto la droga non la aveva mai usata. Queste figure di successo in Italia sono sempre state soggette all’invidia sociale e al ditino puntato da parte di politica, magistratura e giornalismo. Tutti gli anni ’70 sono pieni di storie tragiche legate al consumo personale di droga da parte degli artisti: basti pensare alle vicissitudini del grande pittore Mario Schifano, a quelle di Franco Califano, e a tante altre ancora. Un’estate del 1969 un altro pm che voleva diventare famoso fece perquisire mezza Positano perché al “Quicksilver”, una discoteca trendy piena di hippies dell’epoca, la gente si faceva le canne. Ci fu un comico fuggi fuggi sulla spiaggia di spacciatori camorristi, e di consumatori della Roma bene e del jet set. Alcuni scapparono rubandosi i motoscafi all’ancora. L’Italietta di allora si accontentava di questo fumo negli occhi, mentre intanto si avviavano a restare insolute le stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia e tante altre ancora. La maledizione dell’oblio, però, ha colpito chi si illudeva di diventare famoso sulla pelle di Chiari, Luttazzi, Schifano, Tortora e tutti gli altri. I nomi di quei magistrati oggi non li rammenta quasi più nessuno. I nomi delle vittime, invece, fanno parte della storia d’Italia che amiamo più ricordare.

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