Gli statalisti contro il Papa

By Redazione

marzo 1, 2012 politica

Tra gli esperti che nella Chiesa cattolica si occupano di dottrina sociale c’è qualcuno di significativo che è d’accordo con i contenuti di Fassina e che ha motivato recentemente una tale opinione?

La risposta è senz’altro affermativa: si tratta di Johan Verstraeten che insegna etica all’Università cattolica di Lovanio e che ha spiegato per filo e per segno le sue posizioni sul numero 5/2011 della prestigiosa rivista ”  Concilium“. Qual è però il problema? Che Verstraeten attacca chiaramente il Magistero e, specificamente, il Compendio della Dottrina Sociale e la Caritas in Veritate perché non sarebbero su quella linea, dimostrandolo molto bene.

L’autore ritiene che il punto di svolta sia individuabile proprio nel Compendio e nello specifico nei capitoli 4 e 7, dove “l’approvazione del libero mercato e della concorrenza” sarebbe “fatta nei termini più espliciti della storia del pensiero sociale cattolico” (p. 102). Ciò fermo restando che anche in precedenza la ricerca di equilibrio non lo soddisfaceva, dato che il Magistero, pur criticando più fortemente l’economia di mercato, era comunque contraddistinto dal “tentare quasi convulsamente di evitare qualsiasi identificazione del pensiero sociale cattolico con la socialdemocrazia o con lo Stato che fornisce assistenza sociale” (Ivi).  Per Verstraeten già la Centesimus annus concedeva troppo al capitalismo, ma col Compendio vi sarebbe ancor di più “un’interpretazione sorprendentemente positiva della concorrenza”, della “situazione ideale” del “vero mercato concorrenziale” (p. 103). Il Compendio avrebbe la colpa di aver ripreso l’impostazione fondamentale della seconda istruzione ratzingeriana “Libertatis Conscientia” del 1986 sulla Teologia della Liberazione col primato della carità sulla giustizia, reinterpretando quest’ultima come “carità sociale e politica”, cosa che appare ai suoi occhi riduttiva (p. 105). Cosa esprime infatti questo passaggio? Una mentalità secondo la quale “l’etica sociale cattolica, per quanto riguarda le questioni economiche” è ridotta a  “una materia di azioni individuali o intersoggettive” mentre la necessità del cambiamento delle “strutture ingiuste” sarebbe relegata ai margini” (Ivi).

In altri termini, usando il lessico dei nostri dibattiti, specie dopo la Caritas In Veritate, lessico che però Vestraten non usa esplicitamente, Egli accusa Benedetto di essere ‘poliarchico’, di attribuire solo un ruolo parziale alla politica. Dal Compendio Verstraten passa infatti all’Enciclica, la cui “preoccupazione suprema..non è la giustizia, ma l’amore, non il cambiamento strutturale o istituzionale, ma una nuova prassi basata su valori quali la relazionalità, la gratuità e la fraternità” (p. 108). Ovvero non la politica come centro della società ma come sottosistema parziale. Qua e là, rispetto al Compendio, c’è qualche apertura maggiore alle “politiche sociali dello Stato”, ma l’ “enciclica resta piuttosto critica per quanto riguarda lo Stato”, puntando invece di più sul principio di sussidiarietà (p. 110).

La strategia di questo filone critico è sempre la stessa e opera in due momenti. Il primo passo consiste nel prendere le distanze da una lettura dinamica del processo di differenziazione sociale che vede la politica come una tra le sfere sociali, senza primati e gerarchie, collocandola sullo stesso piano dell’economia. Il secondo consiste nel prendere le distanze dall’evoluzione del Magistero sociale, o nella forma della critica esplicita o in quella più sottile dell’ignorarne l’evidente evoluzione,  magari fermandosi ad una lettura schematica che unisce la Quadragesimo Anno alla Popolorum Progressio.

Conclusione logica di Verstraeten: “sia il Compendio sia Caritas in Veritate hanno bisogno di essere riviste” ricentrando il tutto su istituzioni giuste”, perno di “un’economia basta sulla iustitia in veritate” (p. 112). Finché questa revisione non ci sarà (ammesso ma non concesso che ci sia) queste posizioni potranno e dovranno presentarsi onestamente così, come radicalmente critiche della Dottrina Sociale. A dir la verità però esse appaiono come posizioni anche teologicamente segnate da un certo “conservatorismo di sinistra” che non ha ancora tenuto conto del crollo del Muro di Berlino nella sua lezione anti-monarchica dello stato e della politica che va al di là anche di uno specifico sistema anti-democratico. Per cui si può invece sostenere che questi filoni criticano il Magistero perché ne ha tenuto conto, riproducendo sulla materia sociale quello che è il dissenso tradizionalista sulla libertà religiosa, anch’esso rigorosamente statalista, in nome della “Iustitia in veritate” contro la libera scelta della coscienza erronea in buona fede.

Insomma il cardinale Ottaviani, Fassina e Vestraten hanno più in comune tra di loro di quanto non si possa credere ragionando solo sull’asse destra-sinistra…

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