Morando: Bene il governo, male Fassina

By Redazione

febbraio 29, 2012 politica

“Tra le varie linee presenti nel Pd Bersani è chiamato a mediare. Talvolta lo fa, talvolta no, o in ogni caso non gli riesce bene”. Per un entusiasta del governo Monti, come il senatore Enrico Morando, non è facile digerire la linea espressa dal responsabile economico del partito, Stefano Fassina. “Non mi metto di certo a chiedere le dimissioni di nessuno, ma se noi continuiamo a sostenere l’esperienza Monti, si porrà un problema di mutamento dell’orientamento di Fassina, perché le due cose sono incompatibili”. Un dissenso sulla linea della segreteria serio e concreto: “Nel 2009 abbiamo definito una proposta politica radicalmente diversa da quella di oggi – spiega Morando – Occorre un nuovo congresso per aggiornare quella proposta in coerenza con le scelte che stiamo facendo”.

La principale questione divisiva sembra oggi quella del mercato del lavoro.
“Non bisogna avere fretta, il governo si è dato tempo fino alla fine di marzo”.

Ma cosa vuole fare?
“Lo si capisce dal discorso di insediamento, nel quale Monti ha evidenziato i due obiettivi che si vogliono conseguire. In primo luogo ridurre drasticamente il divario tra chi gode di un sistema di tutele di tipo europeo e chi non ne ha di nessun tipo. In conseguenza a ciò, il secondo obiettivo è quello di dotare il paese di un sistema universale di ammortizzatori sociali, in grado di coprire allo stesso modo tutti i lavoratori. Mi sembra che il governo abbia poi raccolto l’invito delle forze politiche ad aprire un confronto con le parti sociali”.

Il quadro sembra lineare. Perché allora nel Pd c’è un dibattito così aspro?
“Perché temo che il merito c’entri poco. Nelle maggioranze pro-tempore del partito c’è una storica resistenza all’innovazione. Insieme a Pietro Ichino facciamo da anni battaglie di minoranza che vengono fatte proprie dal partito solo tempo dopo. Basti pensare a quella sul part-time o sulla rigidità della contrattazione nazionale. L’avvicinarsi a dover dare ragione alla minoranza, provoca un naturale risentimento”.

Ci sarà un accordo che coinvolgerà tutti?
“Il governo farà ogni sforzo, ma ciò non significa riconoscere a nessuno degli attori il diritto di veto”.

Si giungerà ad un’intesa a partire dal modello della flexsecurity?
“Mi aspetto che sul modello proposto da Ichino, quello proposto dal governo consenta alle singole aziende di attuare una sperimentazione. Ma nei giorni scorsi, mentre Fassina faceva polemica sull’articolo 18, la proposta del segretario della Cisl Raffaele Bonanni ha trovato molti riscontri positivi. Propone di utilizzare per il licenziamento individuale per ragioni economiche la stessa procedura di quelli collettivi. Lo stesso Fassina ha mostrato apprezzamento, ma se si adottasse da solo, senza agire sul versante del riaccompagnamento al lavoro e del sostegno al reddito del licenziato, avrebbe un impatto negativo adottare solo quella norma”.

Ma Fassina strizza l’occhio alla Cgil. Se costretto a scegliere, al Pd cosa converrebbe fare?
“Se vuole essere il più grande partito nazionale, il Pd non può essere la cinghia di trasmissione di nessuno. Nessuno può avere diritto di veto, né sul governo, né sul partito”.

Sulle liberalizzazioni i Democratici sono apparsi più uniti. C’è soddisfazione sul decreto che oggi arriva in aula?
“Ci sono lacune, ma certamente sì. Il testo contiene due misure fondamentali: la separazione proprietaria di Snam da Eni, che nemmeno noi, al governo, eravamo riusciti a fare. Ma anche la norma relativa alla tesoreria unica, perché tampona la tragedia dei ritardi di pagamento delle piccole e medie imprese da parte dello stato. Senza contare il valore complessivo delle norme adottate”.

Qualche passo indietro su taxi e farmacie c’è stato.
“Sì, guardando singolarmente i settori. Ma nel complesso, chi sostiene che ci siano stati passi indietro ha clamorosamente torto. L’insieme delle misure influenza le aspettative del paese, che hanno un’incidenza sostanziale nell’influenzare l’andamento dell’economia. Poi non c’è dubbio che ci sia qualche passo indietro, o qualche norma proprio sbagliata. Avevamo visto giusto, insieme a qualche collega, a proporre Monti alla guida del paese già da giugno dell’anno scorso”.

Se dovesse fare una nuova previsione, che Pd vede nel 2013?
“Occorre rispondere alla domanda se la proposta che avanzeremo alle prossime elezioni sarà in continuità e sviluppo con quella del governo, o invece in rottura. Questo determinerà anche le possibili alleanze. A vedere come si muove il partito è chiaro che ci sono due posizioni. È irrealistico pensare a Monti candidato nel 2013, per cui dobbiamo decidere se tornare ad una dialettica vecchia, o costruire una piattaforma che parta dalle innovazioni che ha introdotto questo governo”.

In questo secondo caso sarebbe complicata un’alleanza con Sel e Idv.
“È evidente che le forze che si contrappongono con questa violenza al governo non possono essere compagne di strada del Pd. A meno che non avviino una valutazione che li porti a cambiare posizione”.

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