La Bim ha fatto boom

By Redazione

febbraio 28, 2012 Cultura

Il vero Oscar la notte di lunedì l’ha vinto la Bim, che ha fatto letteralmente “boom”. La casa di distribuzione cinematografica italiana, fondata e amministrata da Valerio de Paolis, e  specializzatasi nel tempo nel genere “d’essay di successo” (basti pensare che debuttò nel 1983 con il mitico “Jimmy Dean, Jimmy Dean” di Robert Altman, ndr) ha infatti prodotto e distribuito “The artist”, la pellicola acchiappatutto che si è aggiudicata i cinque Oscar. Per la miglior regia, Michel Hazanavicius, per il miglior film, “The artist,” per il miglior attore protagonista, Jean Dujardin, per l’autore  della miglior colonna sonora originale, Ludovic Bource, e per i migliori costumi, Mark Bridges.  Insomma fuori c’è rimasto pochino, cioè i due Oscar presi da “Iron lady”, quello a Meryl Streep come migliore attrice protagonista (già premiata alla Berlinale con un Orso d’oro alla carriera) e quello per il migliore make up (trucco) vinto dal duo Mark Coulier e J. Roy Helland.  Ma fuori fino a un certo punto, visto che anche “The Iron Lady” è stato coprodotto da Bim. Tra le tante curiosità di questa casa distributrice di successo c’è il mistero del nome, Bim, che non è un acronimo, ma “solo un nome che si ricorda”. Però è praticamente impossibile saperne di più sulla genesi di questo marchio. Pare che sia un segreto iniziatico.

Più probabilmente un vezzo legato al fondatore, che però non vuole farlo sapere al pubblico e ai giornalisti. Un indizio ci viene dall’architettura: il Building information modeling , cioè  una “progettazione” assistita al computer.

Dal 1983 a oggi la Bim ha prodotto e distribuito oltre ai film di Altan, quelli di Ken Loach, Eric Rohmer, Takeshi Kitano, Ang Lee, Stephen Frears, James Ivory, Pedro Almodovar, Costa Gavras, Claude Chabrol, Wim Wenders, David Hare, Chen Kaige, Mohsen Makhmalbaf, Zhang Yimou. Praticamente il meglio del film d’autore, però con la caratteristica di avere anche una commerciabilità che non li racchiudesse in tre sale per due città per due settimane.

De Paolis, che non è di molte parole, come d’altronde i suoi dipendenti, riassume così la filosofia della Bim, dopo venticinque anni di attività: “un cinema di pensiero, divulgativo e che affronta temi sociali e parla della realtà. Un cinema spesso non facile ma che è l’unico che pensiamo valga la pena di fare”.

Spesso la Bim ha fatto co produzioni con Rai cinema, che tra l’altro ha prodotto il film dei fratelli Taviani, “Cesare deve morire”, che ha vinto l’Orso d’oro come miglior film e per la regia a Berlino. Quando si dice che il cinema italiano non funziona, sarà bene tenere presente questi dati di fatto. Non è la prima volta che la Bim ha fatto incetta di Oscar: nel 1987 “Camera con vista” di James Ivory ne vinse due, per non parlare de “La tigre e il dragone” di Ang Lee che nel 2000 ne prese quattro. Altri Oscar sono stati vinti da film targati Bim nel 2004 con “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand,  e nel 2006 ancora con Ang Lee (tre statuette) con la storia d’amore dei due cowboy gay, “Brokeback mountains”.

A dirla tutta la Bim ha coprodotto anche “The iron lady”, quindi quest’anno è come se la notte degli Oscar fosse stata cogitata solo per Valerio De Paolis e il suo staff. Simpatici o no, di sicuro sono vincenti.

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