Esenzioni Imu, nuovo pasticcio?

By Redazione

febbraio 28, 2012 politica

Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l’area di esenzione dall’Imu per le attività cosiddette “non commerciali” sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un’altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell’iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.

Ci si è accorti che l’Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto “no profit”, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d’infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l’offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall’imposta), e dunque comprendiamo l’importanza che sia affiancata da realtà private. L’Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l’accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l’occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.

Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l’Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L’imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell’opinione pubblica il fatto che l’Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un’impresa? L’idea è che per rendere socialmente accettabile l’esenzione dall’Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole “no profit”. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all’attività, didattica o di assistenza.

Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell’ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all’atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel “sociale”?

Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza “sociale”. Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in “no profit”, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse “servizio pubblico” e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch’essi venire esentati dall’Imu? Giustificando con l’assenza di profitto l’esenzione da un’imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.

L’impressione è che imporre l’etichetta “no profit”, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un’esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l’Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com’è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l’ipocrisia “no profit” non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del “lucro” e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.

Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un’organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.

Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l’emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l’esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l’Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un’auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all’interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.

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