Berlusconi e le sentenze all’amatriciana

By Redazione

febbraio 28, 2012 politica

Bossi ne ha detta una delle sue. Tra le tante che spara ormai da tempo, a metà strada tra la provocazione, la verità e il delirio senile, il Senatur va ascoltato con attenzione, perché privo ormai di freni inibitori, è il politico che assume gli aspetti comunicativi più dirompenti in questa fase di conformismo asfissiante e sobrietà ideologica. Bossi ha detto che la sentenza Mills, con la prescrizione per Silvio Berlusconi, è stata dettata da ragioni politiche. Ha detto che “i giudici vivono anche loro il momento politico” e sanno che i voti del Pdl servono a sostenere il governo Monti. Ha fatto cioè intendere che il Cavaliere sia stato salvato dalla condanna per salvare l’attuale assetto politico. L’esercito di forcaioli che da 15 anni attende che Berlusconi subisca almeno uno straccio di condanna per spaccio di caramelle, si è rallegrato molto per queste affermazioni. Sfugge però loro che se Bossi ha ragione, allora ha ragione da sempre Berlusconi: la magistratura in Italia è condizionata dalla politica. Quindi bisogna riformarla e anche in fretta.

D’altronde, che la giustizia sia stata usata politicamente è evidente anche nei meccanismi inconsci che muovono i jihadisti dell’antiberlusconismo patologico. All’indomani del processo Mills, su Repubblica, Massimo Giannini ha scritto che “le sentenze si rispettano. Sempre. Sia quando esaudiscono un’aspettativa, sia quando la frustrano”. Che una sentenza possa frustrare un aspettativa rende bene l’dea di quale Stato di diritto abbiano in testa quelli della vigilante informazione democratica e come la giustizia, in cuor loro, serva non a perseguire reati se ci sono, ma avversari politici.

Se sono veri i numeri snocciolati da Berlusconi nei giorni scorsi, riguardo l’attivismo dei magistrati nei suoi confronti (e fino ad oggi nessuno li ha smentiti), è evidente che ci troviamo di fronte ad un caso che richiederebbe l’intervento degli osservatori Onu o della Corte europea dei Diritti umani: in 15 anni 900 magistrati impegnati, 588 perquisizioni subite, 2600 udienze e costi degni di un intero Pil, neanche il Cavaliere fosse un clone mixato di Al Capone, Gengis Khan e Attila. E alla fine mai nessuna condanna. Questo, sempre se non passa il principio che la prescrizione lo sia. Perché le parole di Bossi sembrano confermare un’idea diffusa attorno all’istituto giuridico della prescrizione che, quando riguarda Berlusconi, diventa più o meno questa: “è colpevole solo che non hanno avuto voglia né tempo di condannarlo”. Interpretazione talmente all’amatriciana da poter essere rovesciata con quella opposta:  “è innocente ma non hanno avuto il coraggio di assolverlo”. Ma tutto sommato sufficiente per consentire ad Antonio Di Pietro di aprire la danza della pioggia torrenziale di rabbiose scemenze e offese sbavate  che hanno inondato, in questi, giorni social media e tribune giornalistiche.

In realtà continuare a schiacciare la questione giustizia su Berlusconi e sui suoi processi serve ad evitare qualsiasi discussione sulla possibilità di una riforma radicale della giustizia italiana. Questa giustizia è spesso un ingranaggio infernale dentro cui bisogna sperare di non incappare se non hanno i soldi di Berlusconi o non si appartiene alla categoria dei protetti. E’ un costo spaventoso e un impedimento alla crescita del paese. E da questo che bisogna partire, dal fatto che il processo Mills non è la vittoria di Berlusconi o la sconfitta dei suoi nemici. Ma l’ennesimo esempio di un processo durato anni, costato troppo, finito nel nulla.

Gli avvocati di Berlusconi hanno detto che il Cavaliere sta valutando se rinunciare alla prescrizione. Io se fossi in lui non lo farei. Io non entrerei in una sala operatoria a farmi aprire la pancia da un chirurgo che non ha molto a cuore la mia salute, anzi. E’ questione di buon senso. Sarebbe d’accordo anche Bossi.

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